Teorie del consumismo

Ho letto quest’estate un interessante libro, "The Rebel Sell" di Heath & Potter, che parla di come Che Guevara sia diventato un oggetto di marketing. Il libro è pieno di interessanti riflessioni, con qualche pecca. Questo post è dedicato ad una pecca.

Gli autori adottano la teoria di Veblen del consumismo: le persone consumano perchè invidiano i propri vicini che consumano di più, e questo genera consumismo di massa. Ma non ottengono risultati migliori, perchè quando i propri vicini avranno consumato ancora di più, il beneficio psicologico di essere più appariscenti, o almeno altrettanto appariscenti, sarà svanito: il risultato è una corsa agli armamenti, come si chiama nella teoria delle Relazioni Internazionali, verso dosi sempre maggiori di consumo, che però non fa stare meglio nessuno perchè alla fine tutti si troveranno a consumare troppo senza che nessuno si possa sentire più fico degli altri.

Sul piano teorico, si tratta di un caso di individui con funzione di utilità che dipende non solo dal proprio consumo, ma anche dal consumo altrui. Per farsi un’idea di quello che significa, supponiamo che ogni individuo abbia una funzione di utilità pari alla somma di una componente che dipende dal proprio consumo, e di una componente che dipende dal rapporto tra il proprio consumo (c1) e il consumo del vicino di casa (c2), ad esempio:

U(c1,c2) = log(c1) + a*log(c1/c2)

Con a che è un parametro. Se a è nullo, abbiamo il consumo autistico tipico dei modelli economici standard, che dipende solo da quello che si consuma di persona. Se a è grande, la componente di invidia diventa rilevante, e le persone traggono soddisfazione dal "keeping up with the Joneses" o addirittura dal farsi fichi rispetto ai Jones.

L’idea che il proprio status rispetto al resto della società faccia parte delle proprie valutazioni è sicuramente credibile e può avere un qualche fondamento: anzi, sono quasi certo che tutte le funzioni di utilità degli individui reali abbiano componenti di questo tipo, tranne la mia perchè non riesco a provare invidia per cose materiali*.

Però l’esempio che fanno Heath e Potter è sballato, e il consumismo ha spiegazioni ben più convincenti di quella di Veblen.

L’esempio di Heath & Potter è che ci sono dei beni che non si possono produrre, come le case nei centri storici, e che abitare nei centri storici ha un sovrapprezzo che è legato ai fenomeni messi in luce da Veblen. In realtà, abitare in un centro storico ha un valore che dipende da ben altre ragioni: gli autori stessi affermano che raggiungere l’ufficio a piedi in 10 minuti è una cosa importante. In linea di massima, abitare in città ha una serie di vantaggi, e abitare in un centro ha vantaggi simili ad abitare in città: ci sono più opportunità di scelta, uffici, negozi e servizi sono più a portata di mano, fare passeggiate in belle zone è più facile. Indubbiamente c’è anche una componente di status, e questo significa che il mercato metterà nei centri storici coloro che danno più valore alla vicinanza dei negozi, alle passeggiate romantiche, e allo status. Tutto normale, quindi.

Heath e Potter confondono, sembra, due tipi di problemi: i beni che non possono essere prodotti "in massa", e che quindi non forniranno mai un’utilità crescente con la crescita economica perchè la loro produzione rimarrà costante, come i centri storici, e i termini di utilità dipendenti dai consumi altrui, che in effetti sono delle vere e proprie idiozie sociologiche, anche se indubbiamente esistono. I beni di invidia/status, cioè la soddisfazione derivante da un elevato c1/c2, sono anche beni non producibili in massa (altrimenti c2 crescerebbe e c1/c2 diminuirebbe, riducendo il beneficio di status), ma non è vero il viceversa.

Il problema è che non si vede perchè un invidioso non pensi di investire i propri risparmi, arricchirsi, e superare le formiche vicine nel giro di un decennio di vita dignitosa: si può forse dire che così anche i vicini non consumerebbero, e log(c1/c2) sarebbe sempre nullo (c1 = c2), ma questo ragionamento prova che non deve esserci nessuna corsa agli armamenti. In parole semplici: se si dà importanza al tenore di vita altrui, non si deve necessariamente consumare oggi, si potrebbe anche risparmiare, arricchirsi, e consumare domani. Il consumismo non è la naturale conseguenza del ragionamento di Heath e Potter.

Il problema è che consumare oggi c1n (now) significa consumare di meno il prossimo anno, c1t (then), quindi non è affatto detto che sia necessario consumare di più per provare gratificazione dal termine di utilità di invidia. Perchè infatti non avere una funzione di utilità così (b è il fattore di sconto tra beni presenti e beni futuri)?

U(c1n, c1t, c2n, c2t) = log(c1n) + a*log(c1n/c2n) + b*log(c1t) + a*b*log(c1t/c2t)

Perchè non fare una gara a chi si arricchisce di più risparmiando, invece che gareggiare a chi si impoverisce di più consumando? Non è affatto chiaro… alla luce della spiegazione di Veblen, Heath e Potter.

Ma c’è una spiegazione migliore, anzi due, del consumismo: risparmiare non serve, e risparmiare non è possibile, nelle nostre società. Risparmiare non serve perchè tanto al futuro ci pensa lo stato sociale: questo è sicuramente rilevante nei paesi europei, un po’ meno negli USA (gli autori vengono dal Canada, che da questo punto di vista credo sia da considerarsi "europea"). Risparmiare inoltre non è possibile perchè non rende: le politiche monetarie interventiste abbassano i tassi di rendimento reale degli investimenti, perchè aumentano l’offerta di credito, sommando ai risparmi volontari i "risparmi forzati", creati dalla politica del credito. Mettere da parte una ricchezza finanziaria è quindi reso impossibile dalla Banca Centrale.

Non c’è nulla che stimoli il consumismo più del fatto che i tassi di interesse reali sono negativi, perchè l’inflazione supera i tassi nominali, e del facile accesso al credito per motivi di consumo. Guardate che fino hanno fatto i risparmi americani subito dopo l’iniezione di credito decisa da Greenspan nel 2001 dopo lo scoppio della bolla della e-economy.

Ovviamente il ragionamento vale soltanto per le obbligazioni: investire in azioni può dare buoni rendimenti, in fase di boom azionario; investire in immobili pure, in fase di boom immobiliare. Quindi il risparmiatore che vive in un mondo di politiche monetarie interventiste non ha che entrare ed uscire dalle varie bolle e avvantaggiarsi delle distorsioni indotte dalla politica monetaria. Il che è facile a dirsi, e quasi impossibile a farsi (senza contare la varianza di questi investimenti, e l’elevata persistenza dei cicli: entrare ed uscire nel momento sbagliato può significare perdere molto).

A parte i dettagli tecnici, le due forze di cui sopra hanno un effetto strutturale sull’economia: se il valore del risparmio è ridotto, e i rendimenti dei risparmi sono annullati, le persone parsimoniose non avranno alcun modo di affermarsi in società… ci sarà un successo evolutivo delle cicale e l’estinzione delle formiche.

Il ragionamento degli autori non riesce a spiegare il consumismo, perchè è compatibile anche con comportamenti tesi ad arricchirsi domani, come appunto non consumare. Per spiegare il consumismo occorre spiegare perchè la ricchezza di domani è svalutata rispetto ad oggi. E queste spiegazioni sono di carattere economico. Esiste un altro fattore possibile, che è l’edonismo post-sessantottino. Ma questa spiegazione è debole: in un mondo libero, le cicale si estinguerebbero. L’edonismo e il presentismo (il dar valore solo al hic et nunc) sembra quindi più la conseguenza di quanto detto sopra.

Altro che ln(c1)-ln(c2)…

* Diciamo che se incontrassi uno che si vanta del nuovo cellulare potrei cominciare a vantarmi dei libri che ho letto. Il 99% delle persone preferisce il cellulare alla cultura, però la cosa potrebbe fare effetto. A parte gli scherzi, ci sono tanti modi per distinguersi: ci saranno persone che si distinguono parlando di libri, altri di musica, altri comprando borse di Vuitton, altri che metteranno la divisa da punk, altri che faranno volontariato o attività politica. C’è una parte del libro che parla di questo ed è del tutto condivisibile: per "distinguersi", si creano delle sotto-contro-culture, e queste sono tanto conformiste e "consumiste" quanto il resto della società… ma quando una moda si diffonde gli pseudo-ribelli sono costretti a trovare qualcosa di diverso da consumare.

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5 risposte a Teorie del consumismo

  1. topinamburs ha detto:

    Questo passaggio è molto stimolante:

    “se si dà importanza al tenore di vita altrui, non si deve necessariamente consumare oggi, si potrebbe anche risparmiare, arricchirsi, e consumare domani”

    Non so bene quanto questo possa essere vero; intuitivamente mi verrebbe dire che il tipo di persona che si macera perchè il vicino ha l’iPhone è anche per definizione short-termista, ovvero ha un tasso di sconto intertemporale altissimo. La verità però è che non conosco studi su questo tema, esclusa la favola della cicala e della formica. :-p Grazie per avermici fatto pensare, ora mi documento!

    ps Veblen scrive nel 1899, la sua teoria è stata rielaborata in una serie di lavori molto interessanti negli ultimi tempi. Inutile dirti che li trovi tutti nella bibliografia dell’imperdibile “Values, inequality and happiness”, che oggi ho una compulsione a citare perchè mi è appena arrivata una copia di carta ed è bellissima 😉

  2. Libertarian ha detto:

    Un elevato valore del fattore di sconto spiega l’elevato tasso di consumo, come dicevo.

    Che sia anche correlato con un’elevata rilevanza di fattori di utilità legati a invidia/status? Non so, potrebbe essere. Ad occhio non vedo perchè dovrebbe essere così.

    Però vedo un cambiamento di ethos: al giorno d’oggi la formica è fregata dalla Banca Centrale che tiene i tassi reali sub zero; fregata dalla cicala che campa a sue spese con lo stato sociale; presa in giro dai keynesiani che temano sia deprimente per l’economia (ormai ce ne sono meno in giro, però).

    Insomma, se non ci fosse un cross-subsidy dalle formiche alle cicale, le seconde avrebbero seri problemi di sopravvivenza.

  3. Wellington ha detto:

    Formiche di tutto il mondo unitevi!

  4. retore ha detto:

    Ottimo. Se il buon giorno si vede dal mattino (nel senso che è la prima delle recensioni “in serbo”), non ci possiamo davvero lamentare.

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