Capacità produttiva inutilizzata – 2/7

Un po’ di teoria del capitale

Nell’economia austriaca il ragionamento del post precedente è fondamentale, ma il processo è rafforzato da alcune complicazioni. Durante il boom si investe molto in beni specifici e durevoli, perché sono quelli più sensibili ad errori nel tasso di interesse. Molti di questi beni capitali vengono costruiti nella fase di boom, quindi non avranno invecchiamento scaglionato come nel mio esempio. Infine, la recessione è caratterizzata da carenza di credito, quindi sarà ancora più difficile completare l’opera*.

Ne segue che durante il boom si creeranno, sincronicamente, molti beni capitali fissi, che non verranno usati per mancanza di capitali durante e dopo la recessione, e rimarranno come capacità produttiva inutilizzata per lungo tempo.

Un fattore di produzione specifico è sensibile a variazioni della domanda e dell’offerta. Consideriamo uno shock che investe la domanda di operai generici. Se in un settore aumenta la domanda, i salari aumenteranno poco: infatti aumenti consistenti attirerebbero frotte di lavoratori da altri settori. Il lavoro non qualificato è infatti non specifico.

Al contrario, uno shock sulla domanda di ingegneri elettronici specializzati in circuiti integrati a radiofrequenza avrà un effetto notevole sulla domanda e/o sui salari: in questo caso infatti non è possibile infatti rispondere allo shock attirando fattori da altri mercati.

Tale teoria si chiama credo "teoria ricardiana della rendita". Ricardo osservò che durante le guerre napoleoniche la rendita della terra aumentò molto rispetto ai salari. La distruzione del commercio internazionale durante la guerra aumentò il prezzo del grano, diminuendo le importazioni. Terre poco efficienti dovettero essere messe a coltura, e quindi le terre più efficienti guadagnarono rendite maggiori. La terra poteva essere usata solo per produrre cibo, e quindi era un bene specifico.

Un fattore di produzione durevole è sensibile a variazioni dei tassi di interesse, per via dell’accumulazione degli interessi. Un bond decennale cambia valore di oltre il 10% se l’interesse cambia dell’1%… idem per i beni capitali.

Se ne deduce che è possibile avere un’ampia dotazione di beni capitali inutilizzati, anche nel medio termine (nel lungo termine il capitale è come il pongo: assume la forma che uno gli dà): beni durevoli e specifici, che richiedono investimenti costosi per produrre i beni complementari necessari a completare la produzione, entreranno a far parte della "idle capacity".

D’altra parte, beni capitali fissi e specifici già pronti per la produzione di beni finali verranno impiegati fino a consunzione, per poi non essere più rinnovati: sono stati uno spreco, ma ormai esistono.

Quello che è interessante è che non c’è nulla di "idle": non sono affatto "oziosi", sono inutili! Quei beni capitali NON vanno impiegati nella produzione, sarebbe uno spreco farlo.

Ora non resta che definire il concetto di "submarginalità", fare un sunto delle varie altre cause di non impiego delle risorse, confrontare le analisi keynesiana e hayekiana, analizzare gli effetti delle politiche economiche, e concludere con alcune note metodologiche.

* Questo non è esatto. In realtà, non vale la pena completare l’opera: non valeva la pena neanche iniziarla. Ma correggere un errore in beni capitali durevoli non è razionale: sono sunk costs, e i loro effetti visibili sono destinati a durare a lungo.

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10 risposte a Capacità produttiva inutilizzata – 2/7

  1. Libertarian ha detto:

    Sensato. Sono solo in disaccordo su un dettaglio.

    La Cina ha offerto risparmi reali e ha tenuto bassi i tassi di interesse. Vero. E’ la Fed che sopra c’ha ricamato un boom inflazionistico, con credito fittizio.

    Non fosse stata per la Fed, che ricrordiamo azzerò i risparmi americani tagliando i tassi nel 2001, causando il deficit commerciale, non sarebbe successo nulla di altrettanto grave…

  2. Ninus83 ha detto:

    Questa teoria può andar bene per i beni capitali ma non per la forza lavoro.
    Il punto centrale dell’economia keynesiana è il lavoro ed il suo parziale inutilizzo (involontario, e non frizionale).
    Inoltre, i beni capitali submarginali esistono indipendentemente dalla politica monetaria. Infatti se in gold standard i tassi d’interesse sono volatili o comunque stabili , ma solo per un periodo inferiore alla durata dell’investimento, ecco che arrivano. Sono un fatto. Giusto.
    Però se si va un po’ OT, per quanto riguarda il lavoro la teoria austriaca dà la stessa ricetta di quella classica, e cioè che la disoccupazione si ridurrà se diminuiranno i salari (la disoccupazione involontaria è formata dai sindacati che fissano salari monetari troppo elevati).
    Però, bisognerebbe rispondere a questa domanda: una diminuzione generalizzata dei salari (in un’economia chiusa, togliendo quindi l’effetto competitività di prezzo derivante dalla diminuzione della domanda interna che boosta le esportazioni nette) fa aumentare la domanda di lavoro, oppure no?

  3. Libertarian ha detto:

    #3: sicuramente. va bene solo per i beni capitali. la forza lavoro disoccupata ha altre cause.

    però va bene anche per i capitali umani: quante lauree in informatica sono state date negli anni ’90 e magari ora sono meno utili di quanto sembravano?

    fortunatamente la specificità è un problema secondario per la forza lavoro.

    La domanda finale richiede di mettere assieme due effetti, la riduzione della domanda e la riduzione dei costi della produzione

    io penso che nel breve termine la disoccpazione sia inevitabile, visto che le aziende “pesanti” tendono a chiudere. e la cosa è peggiorata da rigidità legali, e dalla carenza di credito.

    ma si tratta di un fenomeno che dura tanto quanto:

    1. le rigidità di prezzo
    2. la fase di distruzione di credito
    3. il ristabilirsi di una nuova struttura produttiva (con tanti cadaveri submarginali)
    4. lo stabilizzarsi dei prezzi

    penso che 1-2 anni sia una buona previsione. meno è difficile anche con il massimo della flessibilità.

    però ci sono dei dettagli che mi sfuggono. ci devo pensare.

  4. Ninus83 ha detto:

    però va bene anche per i capitali umani: quante lauree in informatica sono state date negli anni ’90 e magari ora sono meno utili di quanto sembravano?

    Questo è vero, ma resta pur sempre un fenomeno frizionale.

    P.s.
    Ci sono molti articoli in questi giorni sul crollo dell’economia islandese fortemente esposta (e piccola) nella finanza internazionale.
    Crollo della corona prima del 20% rispetto all’euro e dopo di un altro 35% (c’era stata una crisi simile in Islanda due anni fa circa, quando la Boj aveva ricominciato a “rialzare” i tassi e la diminuzione del carry trade ha colpito l’isola atlantica).
    Com’è possibile un crollo del genere?
    Forse erano fortemente indebitati con l’estero e tutto ciò è stato destinato a sostenere i consumi interni?

  5. Libertarian ha detto:

    #5: due anni fa avevo letto dell’Islanda, questa crisi mi ha colto alla sprovvista, m’ero dimenticato dell’esistenza del paese… boh… al momento ho trovato solo i necrologi, per le spiegazioni bisognerà attendere qualche giorno. Sabato esce l’Economist.

  6. Ninus83 ha detto:

    Buone notizie per l’Islanda.

    Per la prima volta quest’estate in Islanda si è riusciti a coltivare il grano. E in futuro sarà possibile farlo su superfici sempre più estese.

    Un processo destinato a velocizzarsi nel futuro tanto che gli scienziati della Commissione sul Cambiamento Climatico sostengono che di questo passo entro un secolo in Islanda non resterà più traccia dei ghiacci.

    http://www.zeroemission.tv/Objects/Pagina.asp?ID=4691

  7. Libertarian ha detto:

    Oddio, tra poco potremo richiamare la groenlandia “greenland” come facevano i vichinghi. 🙂

  8. Ninus83 ha detto:

    Ed inoltre l’Islanda potrà essere il primo paese con un’economia di solo grano così da poter sperimentare la teoria del valore di Ricardo 😀

  9. Libertarian ha detto:

    è una cospirazione di neoricardiani. 🙂

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