Antimercatisti in festa

La crisi economica e finanziaria sta avendo delle conseguenze estremamente positive per i no global, gli egalitaristi, i decrescisti, gli ambientalisti e forse anche i rientrodolcisti.

  1. Il crollo delle Borse e dell’immobiliare sta riducendo i differenziali di reddito, perché i ricchi hanno un patrimonio maggiore dei poveri.
  2. La crisi economica sta riducendo l’interscambio commerciale internazionale, con importazioni ed esportazioni in cospicua riduzione.
  3. I consumi probabilmente scenderanno.
  4. I lavoratori avranno più tempo libero perché saranno disoccupati.
  5. Il consumo di energia elettrica probabilmente diminuirà, e molti impianti forse verranno spenti o lavoreranno a metà capacità.

Resta da vedere una quinta conseguenza che potrà far contenti i malthusiani: con la crisi si faranno meno figli. Purtroppo le famiglie cash constrained probabilmente risparmieranno sui profilattici, e il minor stress da lavoro potrebbe aumentare la libido.

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8 risposte a Antimercatisti in festa

  1. Libertarian ha detto:

    Ovviamente anche i despoti in fieri sono altrettanto contenti perché potranno giustificare ulteriori ampiamenti dei propri poteri.

  2. z3ruel ha detto:

    Noi abbiam la “colpa” di scontare un netto ritardo nella divulgazione delle idee. Potevamo starci benissimo anche noi fra le cornacchie del “che vi avevo detto!”, invece faremo la fine dei pungiball. Ora c’è da vedere quanto riusciranno a posticipare il crollo del “truffone”.

  3. Ninus83 ha detto:

    La cosa bella è che ora sono tutti d’accordo ad andare contro Greenspan ma se non ci fosse stata quella politica lì che livello di disoccupazione ci sarebbe stato, le esportazioni europee negli Usa che livello avrebbero aggiunto, quindi quale perdita di occupazione europea indotta da quelle esportazioni?

    L’occupazione l’avremmo creata con i salari flessibili verso il basso alla Wicksell (sono sarcastico…)?

    Consiglio la lettura di oligopolio e progresso tecnico

    http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/597/1/oligopolio-e-progresso-tecnico.pdf

    e di qualche articolo su Repubblica dello stesso Sylos Labini

    http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/212/1/Repubblica%20del%2014-11-1982%20pagina%2012.pdf

    per una nuova Bretton Woods

    (e Labini non era di certo “comunista”, anzi fu uno dei critici maggiori dell’economia pianificata)

  4. Libertarian ha detto:

    #3: la risposta non è semplice, ma in linea di massima: se non si stimola il rischio e l’inconsistenza finanziaria, nel breve termine si ha una crescita inferiore, nel medio termine un’allocazione migliore delle risorse, e nel lungo termine una stabilità economica maggiore.

    Non si è fatto certo un servizio alla crescita nello schermare banche e investitori dai propri errori per oltre vent’anni, dalla crisi del 1987 fino a oggi. Il mercato funziona quando le persone pagano di persona, non quando paga il contribuente o il consumatore o il detentore di moneta: ma è quello che succede nel settore bancario e finanziario, e non da pochi anni.

    Ieri stavo riflettendo su una cosa riguardante la distribuzione dei salari, ora ci faccio un post.

    Comunque, la disoccupazione non è mai un problema economico serio in un sistema senza rigidità indotte dalla politica: in Italia è bastato poco per dimezzarla, figuriamoci se avessimo fatto sul serio. Negli USA ora salirà fino al 10%, forse, ma poi diminuirà, se non faranno come il Giappone o come nel ’29. In realtà considero non improbabile un esito giapponese.

  5. Ninus83 ha detto:

    beh la disoccupazione tecnologica esiste in un’economia (almeno per la parte che riguarda l’industria) nella quale la forma prevalente di mercato è l’oligopolio concentrato, poichè le innovazioni tecnologiche se sono accessibili soltanto alle grandi imprese (che sono price maker) non porta alla riduzione dei prezzi rispetto ai costi e quindi non si riverbera (attraverso una diminuzione dei prezzi di quel settore che porta diminuzione dei costi negli altri, che utilizzano come input quei prodotti) negli altri settori (anche per il rischio crescente che ha l’impresa ad investire in settori di non sua competenza, figuriamoci se nelle proporzioni dei settori in cui investe, e nel fatto che è più costoso per le imprese degli altri settori prendere soldi a prestito piuttosto che autofinanziandosi o se ci fosse stata la diminuzione di costi come accade nella concorrenza perfetta).

    Sostanzialmente Sylos Labini dà un fondamento oggettivo alle esogene soggettive keynesiane spiegando il “grado di monopolio” (non spiegato nè da Sraffa nè da Kalechi) e gollegandolo dinamicamente alla tecnologia (e sostituendo nel sistema ricardiano, del capitolo “On machinery” dei principi sul riassorbimento della disoccuazione tecnologica, l’oligopolio concentrato alla concorrenza perfetta).

    Anche se oggi questo fenomeno è attenuato, per il fatto che l’economia dei servizi è maggioritaria e con meno economie di scala e meno discontinuità tecnologiche e quindi con più “concorrenza”, questo processo comunque esiste ed esiste il problema della domanda effettiva, anche a livello internazionale. Per questo si lamentava nell’articolo su repubblica del sistema di cambi flessibili, poichè non permette ad un “solo paese” di aumentare la domanda effettiva poichè viene spiazzato nel breve dalla temporanea diminuzione del saldo delle partite correnti.

    Se si accettano queste basi l’innovazione tecnologica in assenza di stimoli o di sussidi temporanei di disoccupazione (come la tesi austriaca suggerisce) può portare ad un problema di sbocchi e senza un sistema monetario differente (rispetto ai cambi flessibili e libera circolazione dei capitali senza camere di compensazione e sterilizzazione dei surplus) può portare alla scelta alternativa di lasciare che la disoccupazione vada o di stimoli monetari al consumo (come i mutui facili e la bolla immobiliare conseguente) scelti da Greenspan.

    Almeno, questo penso, fin’ora. 😀

  6. Libertarian ha detto:

    Non mi risulta che l’innovazione tecnologica non faccia scendere i prezzi, come chiunque abbia comprato PC, cellulari, gadget elettronici, etc può notare.

    Ho salvato il file ma prima che leggo 190 pagine ci vorranno mesi, ho un sacco di scadenze tra paper e seminari in questo periodo.

    La disoccupazione tecnologica è un fenomeno d breve termine legato alla specializzazione: se so costruire archibugi e inventano il fucile perdo il lavoro e devo trovarne un altro.

    Del resto la disoccupazione è in genere bassa dove c’è molta innovazione, e ristagna in Italia dove l’innovazione non esiste.

    Il fatto è che non c’è motivo di credere che un oligopolio crei disoccupazione. Se riesce a ridurre il “monte salari” al massimo ridurrà i salari, e questo è improbabile perché il mercato del lavoro generico come fattore è in fin dei conti competitivo, tranne in isole sperdute o regioni vittime di contratti collettivi irrealistici.

    Il fatto è che nessun fenomeno di disoccupazione osservato nella realtà richiede spiegazioni arzigogolate: la teoria del search & match per la dis. frizionale, quella dell’eccesso di offerta per la dis. strutturale da sindacato, quella della dis. strutturale per specializzazioni sono sufficienti a spiegare tutto (in recessione aumentano tutte e tre, tra l’altro). Non esiste alcun mistero del mercato del lavoro che richieda spiegazioni diverse da quelle di un corso di fondamenti di microeconomia.

  7. Libertarian ha detto:

    Il fatto che un insieme di teorie spieghi tutto non significa che non esistano altre spiegazioni, ovviamente.

  8. Ninus83 ha detto:

    Non mi risulta che l’innovazione tecnologica non faccia scendere i prezzi, come chiunque abbia comprato PC, cellulari, gadget elettronici, etc può notare.

    Si parla di innovazioni nelle tecniche produttive, non nei prodotti. Si parla insomma del capitale fisso (nel libro).

    La disoccupazione tecnologica è un fenomeno d breve termine legato alla specializzazione: se so costruire archibugi e inventano il fucile perdo il lavoro e devo trovarne un altro.

    Se la sostituzione dei macchinari vecchi con macchinari nuovi più produttivi avviene con continuità, come sembra che pensi Sylos Labini, questa obiezione non vale.

    Il fatto è che non c’è motivo di credere che un oligopolio crei disoccupazione. Se riesce a ridurre il “monte salari” al massimo ridurrà i salari, e questo è improbabile perché il mercato del lavoro generico come fattore è in fin dei conti competitivo, tranne in isole sperdute o regioni vittime di contratti collettivi irrealistici.

    Se vi sono in un mercato (industria, settore) con oligopolio concentrato 2 grandi imprese che utilizzano una tecnica, 4 medie e 30 piccole e la nuova tecnologia può essere utilizzata solo dalle 2 grandi imprese, il prezzo non si abbasserà poichè tenderà a rimanere un po’ più alto del prezzo di esclusione delle imprese meno efficienti (che resta uguale a quello precedente visto che esse non possono usufruire della nuova tecnica). Viceversa se la tecnica nuova è utilizzabile da tutte le imprese, i prezzi si abbasseranno più o meno proporzionalmente.

    Del resto la disoccupazione è in genere bassa dove c’è molta innovazione, e ristagna in Italia dove l’innovazione non esiste.

    Un paper di Madaschi e Annenkov mi sembra del 2005 mostra che nel settore dei servizi non vi è trade-off tra applicazione dell’ICT ed occupazione. Così non è (purtroppo) nel settore dell’industria ICT.

    Inoltre questa teoria spiega comunque il formarsi di profitti non reinvestiti in un settore con la forma di mercato suddetta e con i salti tecnologici tra imprese di differenti dimensioni. Se tali trasformazioni sono pressochè continue (e così sembra, poichè le industrie che producono macchinari industriali puntano, giustamente, a costruirne di più efficienti) in quei mercati (per lo più settore industriale, pensiamo dall’energia fino al mercato delle automobili) vi è una continua espulsione tecnologica che può essere compensata o da una domanda crescente nei periodi di crescita.

    Sostanzialmente spiega come possano formarsi profitti non investiti (per i limiti dell’investimento in altri settori sopracitati) e di conseguenza agli effetti sull’occupazione.

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