Fatti e valori 1/n

Questo è il testo (un po’ rimaneggiato) di ciò che avrei dovuto dire al XIII Seminario austriaco di Roma, cosa che poi è saltata perché si è scoperto che era decisamente meglio festeggiare con vino e stuzzichini il primo anno di attività di una iniziativa culturale molto importante. Penso che ci saranno una ventina di post sul tema, visto che sono 12 pagine di appunti, e questo post è il copiancolla di mezza pagina.

Assolutismo e relativismo

Userò i due termini assolutismo e relativismo con questo significato: una dottrina relativista ritiene che l’etica sia irrilevante, e che “anything goes”; una dottrina assolutista ritiene che esista un fondamento razionale e/o naturale solido per l’etica, che possa fungere da norma universale a cui ogni uomo (nel caso del diritto, ogni sistema giuridico) deve tendere.

I due concetti non sono affatto antonimi: è possibile non essere né relativisti (ritenere cioè la moralità un tema rilevante) né assolutisti (ritenere la moralità razionalmente non fondabile) contemporaneamente. Io sono anti-assolutista e anti-relativista, ad esempio.

Necessità logica della scelta etica

L’individuo umano, in quanto homo agens, deve porsi necessariamente dei fini e per questo motivo ha bisogno di giudizi di valore: un uomo non può vivere senza giudizi di valore, nel senso che la scelta è sempre una questione etica. Probabilmente basta questo per buttare a mare il relativismo.

Mises, “Human Action”: “Acting man is eager to substitute a more satisfactory state of affairs for a less satisfactory. His mind imagines conditions which suit him better, and his action aims at bringing about this desired state. […] Man is the being that lives under these conditions. He is not only homo sapiens, but no less homo agens.

Mises, “The ultimate foundation of economic science”: “Action is purposive conduct. It is not simply behavior, but behavior begot by judgments of value, aiming at a definite end and guided by ideas concerning the suitability or unsuitability of definite means.

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8 risposte a Fatti e valori 1/n

  1. retore ha detto:

    Vivere è valutare, solo che il metro di valutazione non è oggettivo e valido per tutti.

  2. pierinolapeste ha detto:

    C’è però la tendenza di utilizzare il termine relativista come insulto e con tutt’altro significato, se una persona come Odifreddi che dichiarandosi ateo razionalista convinto non può essere accusato di essere relativista in base alla tua definizione, viene preso come emblema del relativismo da parte di molti cattolici, che probabilmente intendono eccessivamente relativista l’ipotesi che si possa anche considerare un valore positivo il non essere cristiani.

  3. Libertarian ha detto:

    #2: sì, mi sono scontrato con la polisemia di “relativista” alcune volte e ho deciso di tagliare il nodo gordiano definendolo. Secondo me, chi non crede ai fondamenti assoluti della morale andrebbe chiamato nonassolutista, e si risolve il problema. 🙂

    Un problema ulteriore è che per i cristiani – e per l’enciclica – l’unica fonte di morale è la religione, come se l’etica fosse una merce venduta sempre in abbinamento ad un po’ di teologia.

  4. Pippem ha detto:

    Eppure il Relativismo non è campato in aria. Direi che ce ne siano tre:
    1) concettuale (versione forte e debole): quelli del “non esiste la verità“. Basta l’esperimento “spaccagli la testa con un bastone” per dimostrarne quantomeno l’incoerenza.
    2) culturale: appannaggio dell’antropologia. Ovvero il chiedersi le motivazioni di determinate scelte morali e culturali senza buttare a caso giudizi di valore.
    3) infine, il tanto vituperato relativismo etico: il prendere atto che “paese che vai e tempo che vai (spazio-tempo?)etica che trovi”. Si può notare al massimo una matrice di base nei vari sistemi etici, riconducibile a fattori bioculturali (scimmie sociali, altro che etica!).
    O no? Se così fosse, quale sarebbe il problema?

  5. Libertarian ha detto:

    Io sto parlando di teorie morali, non di teorie descrittive di sistemi morali. In sostanza, la domanda fondamentale della filosofia morale è “che fare?” (non in senso leninista :-D). E le due risposte parziali che ho sono:

    1. non esiste una teoria universale che risponde alla domanda;
    2. la domanda è fondamentale perché applichiamo, anche inconsapevolmente, la risposta che ci diamo ogni volta che scegliamo.

    Il relativismo culturale mi sembra una condizione necessaria dell’antropologia: non riesco a vedere un’antropologia diversa da una che descrive i perché di una cultura. Ma non conosco la letteratura.

    Su quello etico, la pluralità dei sistemi morali è un fatto, come anche che danno risultati diversisssimi l’uno dall’altro (la cultura inuit e la cultura anglosassone, ad esempio), e che ci sono solide basi di comunanza su molti aspetti (incesto, omicidio, spesso furto, matrimonio…) che indubbiamente hanno anche una base biologica.

  6. Pippem ha detto:

    Concordo, ma non pensi che alla domanda “che fare?” risponda la biocultura? Che siamo quel che siamo in quanto homo sapiens sapiens? E che alla lunga la riflessione etica della durata di 5000 anni arrivi sempre al medesimo risultato, seppur variato nella forma ma non nella matrice di base?

  7. Libertarian ha detto:

    #6: assolutamente no. se fosse un problema biologico, tutte le civiltà sarebbero equivalenti. io non vedo granché in comune tra l’Inghilterra del XVIII secolo e gli aborigeni della NUova Guinea: segno che l’uomo è prima di tutto cultura e poi corredo genetico. La prima è importnatissima e non è scritta nei geni ma tramandata: il che implica che sia un problema intellettuale.

  8. Pippem ha detto:

    Attenzione, io ho detto la matrice di base alla biocultura. Sia l’inglese sia l’aborigeno, per esempio, concorderebbero sull’assunto: “l’individuo viene dopo il gruppo”. Palese in una specie sociale. A riguardo sono state fatte diverse ricerche negli ultimi tempi, tanto da arrivare a formulare l’ipotesi di una grammatica etica universale a tutti gli homo sapiens sapiens.
    Non c’è, inoltre, un contrasto fra natura e biologia, bensì una biocultura. La seconda ha le sue radici nella prima, per quanto, poi, intervenga un terzo fattore: la mente umana. Come hai scritto nell’ultimo post la “ragione” ha molti limiti. Stando alle neuroscienze è più foriera di sofismi e auto illusioni che altro. Vero anche, però, che l’incapacità di costruire un’etica potrebbe essere dovuta all’inesistenza della stessa. In un Universo fatto di protoni, elettroni e compagnia bella mi viene difficile pensare a concetti tipo “bene” e “male”. Alla fin fine si torna alla biocultura… su cui ne sappiamo ben poco.

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