Fatti e valori 7/n

Giusnaturalismo e scienza giuridica

Se per giusnaturalismo intendiamo che esistano delle regolarità del mondo del diritto, allora stiamo semplicemente dicendo che esiste una scienza del diritto. Le azioni hanno conseguenze e queste conseguenze possono essere oggetto di analisi scientifica. Oppure possiamo dire che se vogliamo determinati obiettivi occorre che il sistema giuridico rispetti determinati requisiti (come in Fuller).  Questo però non è da considerarsi giusnaturalismo, quanto più che altro qualcosa di simile alla Law & Economics.

Le precedenti citazioni di Chafuen mostrano che questo ragionamento era tipico dei giusnaturalisti scolastici, che forse andrebbero quindi chiamati “utilitaristi”, seguendo Rothbard. Anche San Tommaso, nella parte della Summa dedicata all’idea di Giustizia, difende la proprietà privata in base a considerazioni consequenzialiste (senza proprietà non ci sarebbe cura dei beni e quindi saremmo tutti poveri, cosa tra l’altro detta anche da Aristotele). Lo stesso vale per Hume, con i suoi tre principi della “stabilità del possesso”, del “trasferimento del consenso” e del “mantenimento delle promesse”. E idem per Fuller, secondo cui la moralità interna del diritto è necessaria affinché il diritto serva al fine di consentire la coordinazione tra attività umane.

E’ interessante notare come la dicotomia tra consequenzialismo e utilitarismo potrebbe essere un artefatto del pensiero politico contemporaneo, visto che da quel poco che ho letto degli scolastici medievali la naturalità del diritto era vista spesso come naturalità della valutazione di certe conseguenze, e non come sistema di teoremi a priori derivati dall’analisi di situazioni astratte alla Crusoe. Questa cosa merita decisamente ulteriori studi.

Ne deriva anche che la critica di Rothbard (e quel tal Hesselberg da lui citato) a Hume è del tutto fuori luogo: notare che ci sono due o tre principi senza i quali un ordinamento giuridico non può svolgere determinate funzioni (come assicurare l’ordine sociale) non è giusnaturalismo, è buonsenso. E anche se lo vogliamo chiamare giusnaturalismo, è un giusnaturalismo molto concreto e non un giusnaturalismo astratto e razionalistico.

Fuller, “The morality of law”: “Furthermore, if the law is intended to permit a man to conduct his own affairs subject to an obligation to observe certain restraints imposed by superior authority, this implies that he will not be told at each turn what to do, law furnishes a baseline for self-directed action, not a detailed set of instructions for accomplishing specific objectives.

Hume, “Ricerca sui principi della morale”: “Chi non vede che la proprietà deve del pari passare ai figli ed ai parenti, per garantire lo stesso risultato di utilità? Che deve potersi alienare mediante consenso, per dar luogo al commercio e agli scambi che sono così benefici per la società e che tutti i contratti e le promesse si debbono scrupolosamente adempiere per assicurare la reciproca fiducia, da cui l’interesse generale dell’umanità trae così grande profitto?

Mises, “Theory and history”: “The most momentous attempt to find an absolute and eternal standard of value is presented by the doctrine of natural law. […] Yet it would be a serious blunder to ignore the fact that all the varieties of the doctrine contained a sound idea which could neither be compromised by connection with untenable vagaries nor discredited by any criticism. Long before the Classical economists discovered that a regularity in the sequence of phenomena prevails in the field of human action, the champions of natural law were dimly aware of this inescapable fact. From the bewildering diversity of doctrines presented under the rubric of natural law there finally emerged a set of theorems which no caviling can ever invalidate. There is first the idea that a nature-given order of things exists to which man must adjust his actions if he wants to succeed. […] Third: there is no standard available for appraising any mode of acting either of individuals or of groups of individuals but that of the effects produced by such action. Carried to its ultimate logical consequences, the idea of natural law led eventually to rationalism and utilitarianism.

Rothbard, “The ethics of liberty”: “Hesselberg concludes that "thus Hume’s original ‘primacy of the passions’ thesis is seen to be utterly untenable for his social and political theory, and … he is compelled to reintroduce reason as a cognitive normative factor in human social relations" Indeed, in discussing justice and the importance of the rights of private property, Hume was compelled to write that reason can establish such a social ethic: "nature provides a remedy in the judgment and understanding for what is irregular and incommodious in the affections – in short, reason can be superior to the passions.

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