Il proletariato nel XIX secolo 3/3

Appurato che la crescita economica fa bene al benessere materiale e che è meglio avere l’elettricità che non averla, appurato anche che l’alternativa alla fabbrica era probabilmente una miseria ben maggiore in campagna (o una vita di elemosina nelle città) e appurato che i popoli industrializzati avevano un tenore di vita maggiore di quelli non industrializzati, ed erano meno soggetti a carestie, e tralasciando in attesa di maggiori informazioni il dibattito enclosures sì / enclosures no… che ne deduciamo dal punto di vista delle politiche economiche?

Possiamo esportare i diritti del lavoro in Cina, e magari anche i sindacati (Se poi non ce li danno indietro, tanto di guadagnato), e pensare che i salari cinesi salgano a livelli europei senza colpo ferire, risolvendo il "problema" tremontiano della concorrenza sleale, e facendo contento l’animo social-democratico del Papa? Ovviamente no.

Possiamo pensare che si possa alzare il salario oltre il livello di mercato attraverso una legislazione favorevole ai lavoratori? Sì e no. Dipende.

La prima domanda è banale e quindi rispondo senza troppe sofisticazioni: i salari sono vincolati dalla produttività, e la produttività aumenta solo con l’accrescimento del capitale (o il miglioramento dell’organizzazione aziendale, o con l’innovazione tecnologica, etc). Pensare che i salari possano essere fissati indipendentemente da considerazioni riguardanti la dotazione di capitale è roba da demagoghi da quattro soldi. O da sraffiani, se si preferisce.

La seconda domanda tocca una miriade di questioni, da potenziali monopsoni (quando c’è un solo datore di lavoro per tanti lavoratori) a problemi di costi di transazione nella contrattazione, e forse alcune regole aggiuntive possono ridurre alcuni problemi che potrebbero capitare in un mercato del lavoro libero, magari causati da asimmetrie informative o cose simili. Un sunto molto semplicistico di questa letteratura lo avevo fatto per Giornalettismo, qui e qui.

In genere però non si fanno queste cose – con argomenti un po’ arzigogolati ma che talvolta possono anche essere veri – per intervenire sul mercato del lavoro. In genere ci si chiude al commercio estero per non subire la concorrenza straniera, fregando i lavoratori stranieri (e i consumatori autoctoni); si aumentano i salari dei lavoratori più ricchi, ma si crea disoccupazione permanente per i lavoratori più deboli; si aumentano i salari, ma a spese della competitività, facendo fuggire i capitali, compromettendo la crescita, e danneggiando in definitiva i salari futuri.

Insomma, ammesso che si possa avere una difesa argomentata del diritto del lavoro attuale, e che riguarderebbe più che altro solo alcuni dettagli, e alcune situazioni abbastanza rare. Un paese con un mercato del lavoro libero probabilmente guadagnerebbe in efficienza e crescita economica e quindi crescita dei salari (si pensi all’economia del Meridione: se la Sicilia fosse un paese dell’Est, ora si sarebbe sviluppato economicamente, come la Polonia, attraendo capitali tramite salari inferiori). Di certo, la disocccupazione sarebbe inferiore e la disoccupazione di lungo termine sarebbe quasi inesistente.

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