Diritti positivi (3/3)

Le conseguenze politiche dell’estensione del dominio dei diritti positivi sono anche più gravi di quelle economiche. Innanzitutto, data l’impossibilità del mercato di fornire merci gratuitamente, si ha un aumento enorme del potere della classe politica, che potrà controllare più o meno centralmente la produzione di tutti i beni e i servizi essenziali.

Ad un numero più o meno elevato di produttori indipendenti, che subiscono sempre la pressione di potenziali entranti, si sostituisce il monopolio di un ristretto gruppo di persone, la classe politica, che controlla tutto contemporaneamente, un po’ come se la Coca-Cola si occupasse anche di difesa, di trasporti, di supermercati, di costruzioni, di assicurazioni previdenziali. Nessuno crederebbe che l’assemblea democratica degli azionisti potrebbe controllare un mostro del genere, eppure lo stato è ben più complicato e nonostante ciò tutti credono alla democrazia.

L’ovvia conseguenza è che ci sarà un assalto alla diligenza (o alla dirigenza, visto che alla fine si sostituisce al mercato una struttura perfettamente gerarchica), in quanto ci saranno lobby di produttori che cercheranno vantaggi a spese della collettività, e lobby di consumatori a spingere per socializzare determinati beni e servizi, sempre a spese altrui, ovviamente.

Il cambiamento psicologico è notevole: se prima per ottenere una merce occorreva impegnarsi a fare qualcosa per gli altri (vendendo i propri servizi sul mercato), dopo che l’ideologia dei diritti positivi si sarò affermata sarà sufficiente organizzarsi politicamente, manifestare e in qualche modo quindi spingere la forza pubblica a realizzare i propri desideri, contro i desideri, ovviamente, di chi soccomberà nel processo politico.

Siccome al mercato è impedito di funzionare, si sostituirà ad esso quindi un sistema gerarchico che però funzionerà senza un mercato a fianco per molte produzioni essenziali, e quindi in maniera ancora più inefficiente (solo se, però, l’estensione dei diritti positivi si fa drammatica, altrimenti il mercato dei singoli fattori continua ad esistere, e quindi almeno in teoria sarebbe possibile produrre efficientemente, grazie al calcolo economico: in pratica ciò non accade perché non ci sono incentivi ad economizzare e ci sono invece incentivi a usare le risorse per comprare voti).

Infine, se supponiamo che esistano dei problemi che richiedono sforzi anche al di là del mero mercato, come associazioni mutualistiche o qualsiasi struttura sociale cooperativa che abbia un particolare scopo non facilmente perseguibile tramite il normale mercato, queste associazioni scompariranno, per via della concorrenza – sleale, proprio perché gratuita, finanziata com’è dalla coercizione – dello stato. Il risultato sarà che gli uomini disimpareranno a cooperare e a impegnarsi per ottenere determinati risultati sociali. Si confrontino ad esempio gli americani di Tocqueville, capaci di organizzarsi immediatamente per risolvere qualsiasi problema, come ad esempio una frana che ostruiva una strada locale, con l’attuale cittadino occidentale, che non alza mai un dito per nulla e continua a farsi fico predicando diritti positivi a spese altrui.

In definitiva, liberalismo e diritti positivi sono incompatibili tra loro: più i secondi si estendono, più il primo si contrae, a tutto vantaggio della democrazia illiberale, cioè a tutto vantaggio della classe politica e delle lobby organizzate. Sebbene si possa dubitare che sia possibile eliminare del tutto la nozione di diritto positivo, cosa che richiederebbe niente meno che l’eliminazione dello stato come istituzione (in quanto anche lo stato minimo comunque garantisce, o meglio dice di garantire, il diritto alla sicurezza, e questo è un diritto positivo – mentre al contrario il diritto di difendersi o di accordarsi per la difesa è negativo).

Non c’è nulla di cui vantarsi, sul piano etico, dell’essere a favore di un diritto positivo: significa dire agli altri di fare una cosa che non si vuole fare, significa finanziare un’opera che si ritiene meritoria senza volerne pagare il costo, significa fare prediche morali senza mettere veramente alla prova la propria coscienza. Se non è ipocrisia morale, poco ci manca.

In definitiva, le conseguenze politiche ed economiche dell’ideologia dei diritti positivi sono:

  1. La quasi totale perdita delle capacità cooperative e autoorganizzative degli individui;
  2. L’estensione scriteriata del potere statale;
  3. La contrazione dell’ambito degli scambi di mercato;
  4. La deresponsabilizzazione degli individui;
  5. L’inefficienza nella produzione;
  6. La corruzione da parte di politici e lobby di potere.

Se queste cose non assomigliano vagamente alla realtà, aprite gli occhi. Si può obiettare ovviamente che la politica è sempre stata così, ma questa non è un’obiezione: sono perfettamente d’accordo. La politica è questo, è sempre stata questo e sarà sempre questo: ma prima dell’ultimo secolo i politici avevano un decimo del potere attuale.

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3 risposte a Diritti positivi (3/3)

  1. ettoregonzaga ha detto:

    Non trovo l’articolo 1/3 sull’argomento.
    Potresti indicarmelo, sono interessato alla lettura integrale di “diritto positivo”
    Grazie

    Ti leggo da parecchio, ma solitamente non partecipo ai commenti.
    Ne approfitto per farti i complimenti

    ettoregonzaga

  2. ettoregonzaga ha detto:

    Grazie!
    Adesso che ho ricomposto il tutto, cercherò di erudirmi!

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