Problemi del federalismo

Quest’ottimo post di Noise From Amerika sullo stato della sanità americana e sul processo politico-lobbistico-mediatico e le future conseguenze fiscali della riforma Obama mi ha fatto pensare ad una cosa importante.

Io in tutta la mia vita non ho mai sentito un argomento decente a favore della ragionevolezza dei metodi di scelta collettiva. Anche se non sono un esperto di public choice, direi che le scelte collettive sono, salvo eccezioni piuttosto rare, sempre a favore di gruppi lobbistici organizzati e delle elite di potere, tendenzialmente miopi e tendenti a nascondere i costi e a ingigantire benefici spesso inesistenti, portate avanti convincendo un elettorato male informato e in genere poco ragionevole mediante strumenti che impediscono all’elettore volenteroso di farsi un’idea. Come se non bastasse, tutte le politiche creano esternalità e quindi inefficienze, perché rappresentano corse ad accaparrarsi il frutto del lavoro altrui.

Che sia l’Italia o la Germania, che sia l’Inghilterra o gli Stati Uniti, la politica è sempre un’attività da cui le persone per bene dovrebbero stare alla larga, che in innumerevoli casi è fonte di problemi e solo occasionalmente è fonte di soluzioni. Tutto questo deriva più o meno dalla natura stessa dei processi di scelta collettiva, tanto che moltissimi problemi politici sono comuni a tutti i paesi.

Se le scelte collettive non funzionano, non funzioneranno a livello centrale (federale, come si dice negli USA) sia a livello più decentrato (gli stati, negli USA, o le regioni, in Italia). L’inefficienza della politica è la stessa, che si tratti di Washington o di Tallahassee, di Roma o di Milano. Le enormi porcate degli stati riguardo le banche americane nell’Ottocento – che imponevano ostacoli alla concorrenza in cambio di prestiti a buon mercato, tanto per fare un esempio – non sono da meno delle assurdità di politica economica di Greenspan; e nell’articolo linkato sopra si vede come l’idiozia degli stati non è certo inferiore a quella del governo federale.

Sotto quali condizioni la concorrenza istituzionale tra enti statali formato mignon dà risultati migliori? Senza addentrarsi in un tema che riempirebbe cento tesi di dottorato, direi che una condizione necessaria è che non si possa tenere in ostaggio tutto il mercato interno all’ente interessato, cosa che nel caso delle banche dell’Ottocento o delle regolamentazioni sanitarie odierne non è verificata. Questo però equivale a dire che i mini-stati non hanno potere: le condizioni sono infatti il libero movimento delle persone, il libero movimento di capitali, la libertà di concorrenza senza essere oberati da regolamentazioni che hanno scopi protezionistici, e ovviamente, per altri motivi, la responsabilità locale per gli errori locali (detta anche "i greci devono soffrire perché se lo meritano").

Queste condizioni sono o sono state presenti negli USA? No, mi pare, perlomeno per quanto riguarda i due esempi di cui sopra (tralascio il "piccolo" problema della schiavitù, la cui perpetuazione è comunque in parte anche responsabilità di alcune politiche federali, pare, anche se ciò non cambia il problema: "states shall have no rights, only individuals have rights").

E’ al contrario ciò che succede in UE, almeno sulla carta (si pensi alla direttiva Bolkenstein, cassata perché gli idraulici polacchi sono dei subumani che non devono fare concorrenza a quelli francesi), grazie ad alcune politiche, come Maastricht, che riducono gli states’ rights. Ma questo crea un problema del secondo ordine: l’UE è disfunzionale perché è frutto di scelte collettive…

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