"Identità e violenza" di Amartya Sen

Sen è un autore che non avevo mai letto e che guardavo con un certo sospetto – della serie "liberali all’acqua di rose che pensano che non ci sia nulla di meglio della democrazia moderna", invece il libro è interessante, pur se ho qualche dubbio su alcune tesi.

L’intuizione fondamentale del libro è che è errato classificare le persone in base ad una sola identità: nessuno è solamente italiano o solamente induista, tutti gli italiani e tutti gli induisti sono anche qualcos’altro, ad esempio liberali o socialisti, scacchisti o appassionati di calcio, ingegneri o filosofi, etc.

A partire da questa ovvietà Sen critica la concezione di Huntington dello scontro delle civiltà (le civiltà NON esistono), facendo notare come i fondamentalisti indù apprezzino molto Huntington per motivi propagandistici, ma che la "civiltà" indiana è molto pluralista, tanto che ci sono più musulmani in India che in qualsiasi altro paese, tranne il Pakistan. Non avendo letto Huntington, non ho molto da dire, però l’argomento è convincente. Ad occhio è quello che scriverei io se l’avessi letto.

La stessa intuizione viene usata per criticare il comunitarismo, l’ideologia secondo cui l’identità individuale è data e non è scelta, in sostanza l’ideologia della conservazione delle relazioni di potere locali (compresa spesso la lapidazione delle adultere) contro le tendenze disgreganti e dinamiche del liberalismo. Qui, da quel che ho letto del comunitarismo, direi di essere pienamente d’accordo.

Poi c’è la critica del multiculturalismo, posto in contrasto col pluralismo delle identità: il multiculturalismo è la versione di sinistra del comunitarismo, del resto. E’ anche interessante la nozione secondo cui vedere tutto solo come identità religiosa o nazionale finisce col dare troppa importanza ai leader religiosi e nazionali. Ad esempio, perché io – italiano – dovessi trasferirmi in Nuova Zelanda – dovrei essere rappresentato da un organismo di italiani o – ancor peggio – di cattolici? Posso decidere io da chi farmi rappresentare, senza far finta che siccome uno è un prete allora ha controllo su di me perché sono italiano? Eppure è proprio quello che si fa in certi casi, quando si parla di Islam moderato, quando si chiamano consigli di rappresentanza islamici, eccetera.

Un’altra intuizione rilevante è che si possa investire nel "mono-identitarismo", cioè nel fanatismo delle identità, che spesso – dice giustamente Sen – porta alla violenza. L’investimento può essere tragico (come nel caso del fondamentalismo islamico) o patetico (come nel caso della Padania leghista), ma è sempre una strategia per indurre la mentalità mass-movimentista del credere, obbedire e combattere. In quanto tale, il mono-identitarismo è potenzialmente disgregante sul piano politico e molto pericoloso.

Veniamo ai problemi. Che una persona come Sen, agnostico, che parla più lingue, che ha vissuto in molti paesi, che possiede molteplici cittadinanze, veda le cose in questo modo è facile da credere. E’ lo stesso modo in cui le vedo io: non mi sognerei mai di credermi solo un italiano, solo un agnostico, solo un libertario, solo un appassionato di economia, solo un madrelingua italiano, o chissà quale altra identità.

Io non me lo sognerei neppure, proprio come Sen: ma è normale, diffusa, naturale questa mentalità? Ha senso aspettarsi che le persone diventino così, in modo da eliminare il fanatismo, il fondamentalismo, l’integralismo? E’ lecito aspettarsi che queste ovvietà risolvano i problemi dell’estremismo politico e dell’intolleranza ideologica? Credo si commetta il consueto errore liberale di considerare l’uomo razionale e ragionevole: la ragionevolezza è una conquista culturale – e la lettura del libro di Sen è un importante contributo a questa conquista – e non una base di partenza per l’umanità. Il true believer è più naturale di Amartya Sen, in altre parole: anzi, conosco persone che non sono true believer e che non riuscirebbero proprio ad essere come me e Sen. Proprio perché non sono irragionevoli, queste persone non sono pericolose, ma probabilmente non saranno mai pluri-identitarie e agnostiche e a-nazionaliste come me… e proprio perché non sono pericolose, non ha senso che diventino proprio come Sen.

Questa cosa mi ricorda l’idea secondo cui esiste Dio come entità ed esiste Dio come concetto (diciamo, esiste Dio e il suo Trono). Per un religioso Dio è sul Trono, per un ideologico qualcos’altro è sul Trono, che non è Dio, ma magari è la classe, la nazione, o semplicemente sé stesso. Per me non c’è né Dio né il suo Trono: ma è necessario essere così radicalmente areligiosi per non essere pericolosi per gli altri? Ovviamente no (e sarei amico di due o tre serial killer potenziali, se le cose stessero così)

Insomma: il pluriidentitarismo è una cura contro il fondamentalismo, ma non è detto che funzioni con tutti, e forse non è neanche la vera essenza del problema del fondamentalismo, anche se è altamente correlata con esso.

Una parte particolarmente debole del libro riguarda il fondamentalismo islamico. Sen a parole critica l’idea che il fondamentalismo sia frutto della povertà, però poi alla fine ci crede anche lui. Peccato che molti islamisti provengano da classi agiate, essendo medici o ingegneri. Peccato che le masse non hanno in genere idee proprie, ma abbiano bisogno di un’elite intellettuale per pensarsi come massa. Peccato che pensare allo sviluppo economico dove c’è la follia fondamentalista e la cleptocrazia politica è un po’ come mettere il carro davanti ai buoi. Su questo punto, insomma, Sen mi sembra molto superficiale.

Poi ci sono due idee che non condivido minimamente, ma forse è perché sono matto. Il primo punto è serio, il secondo lo metto solo per dimostrare che sono matto.

La prima è che le categorie concettuali del pensiero politico non siano specificamente occidentali. Stiamo scherzando? L’Occidente è la misura di tutte le cose, sul piano culturale: tutte le ideologie, tutti i sistemi socio-politico-economici, tutte le scienze, tutti i valori politici hanno le loro fondamenta nel pensiero occidentale. Oggi il mondo vede sé stesso con occhi occidentali, anche quando si oppone all’Occidente (cosa che ammette anche Sen, giustamente critico di questa assurdità).

Il fondamentalismo islamico ha origini recenti: se si trascura il Wahhabitismo, l’ideologia islamista è nata nel XX secolo, ad opera di pensatori come Al Qutb e Shariati. Finanziati e avversati dagli stati (nozione occidentale), visti in opposizione o assieme ai nazionalisti (nozione occidentale), dediti alla creazione di movimenti di massa (nozione occidentale) per fini di rinascita religiosa (nozione occidentale). L’altro esempio è la Cina: comunismo (nozione occidentale) o mercato (nozione occidentale)? E l’ultimo esempio è l’America Latina, che a me sembra la ripetizione ritardata (nel senso che arrivano in ritardo) degli errori politici dell’Occidente: è l’unico continente, ad esempio, dove si prendono ancora sul serio i comunisti, e dove, come negli anni ’20 e ’30 in Europa, per salvarsi da qualche estremista di sinistra si corre il rischio di finire sotto un regime fascista.

Lo stesso Sen, del resto, non avrebbe potuto contribuire granché al pensiero contemporaneo se non fosse stato un pensatore intriso di cultura occidentale.

Sia nel bene (la libertà, lo stato di diritto, la tolleranza, il mercato, vabbé, mettiamoci anche la democrazia) sia nel male (il comunismo, il nazismo, le guerre mondiali, i movimenti di massa) la storia mondiale è storia dell’Occidente, e anche quando non la fanno gli occidentali (ad esempio i cinesi) la fanno con categorie di pensiero occidentali.

La seconda è che la definizione di Sen di democrazia è testimonianza indelebile della superficialità del pensiero politico contemporaneo: la democrazia di Sen è "la possibilità di discutere pubblicamente". Una definizione di sistema politico dove la nozione di stato non gioca alcun ruolo (visto che posso discutere pubblicamente senza necessità del monopolio della forza), dove non si distingue tra scelta collettiva e scelta individuale, dove il monopolio della forza, e anzi l’uso della forza (anche non monopolizzato) non gioca alcun ruolo.

Sarò troppo tragico, ma ritengo che non ci possa essere riflessione profonda dove non si veda un problema profondo: il pensiero politico è per i pessimisti cosmici (per quanto strano possa sembrare, mi affascina più un nazista come Schmitt che un liberale come Popper). Quest’ultimo astrattissimo difetto, così astratto che nemmeno mi va di chiamarlo difetto, è irrilevante. Il libro, salvo un paio di cose che non condivido, è molto bello.

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2 risposte a "Identità e violenza" di Amartya Sen

  1. Wellington ha detto:

    "La prima è che le categorie concettuali del pensiero politico non siano specificamente occidentali."Sen lo fa sempre. Anche nel libro sulla democrazia che ho letto anni fa cercava di dimostrare che la democrazia moderna non è solo Occidentale sulla base di insignificanti esempi del passato che al momento non ricordo. Sono cose un po' patetiche come quando si dice che la modernità è degli Indiani d'America perché ci hanno insegnato a cucinare il tacchino con le patate. E' indubbio che tutto il mondo abbia dato il suo contributo alla modernità, ma il catalizzatore di tutto è stato l'occidente inutile negarlo, e la modernità è culturalmente Occidentale, come tu giustamente rimarchi.Bella recensione comunque, e sembra un libro molto interessante.

  2. Libertarian ha detto:

    Buono il tacchino con le patate. E' un'immagine sublime.

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