Keynes, Kelsen, Rawls e la fallacia collettivista

C'è una simmetria concettuale fondamentale tra le teorie economiche, giuridiche e politiche di Keynes, Kelsen e Rawls, su cui stavo riflettendo in questi giorni. Ammetto di conoscere per lettura diretta Keynes e parte di Kelsen, ma Rawls lo conosco solo per quello che gli altri dicono di lui, che è poi come le persone normali imparano le cose (sui manuali), ma è un modo che non ho mai trovato adeguato. Di recente mi è venuta voglia di ricominciare a studiare politica e filosofia del diritto, avendo speso già abbastanza risorse per studiare economia.
 

In ogni caso, parto da tre brevi proposizioni che descrivono le teorie di Keynes, Kelsen e Rawls dal punto di vista che mi serve, con il caveat che del terzo potrei sbagliare, e di molto, e che in parte potrei semplificare troppo il pensiero dei primi due. La fonte per Keynes è la General Theory, anche se un keynesiano convinto avrà molto da eccepire (ma molto meno che rispetto al "keynesismo idraulico" dell'IS/LM). La fonte per Kelsen è la Teoria Generale del Diritto e dello Stato. La fonte per Rawls dovrebbe essere "Una teoria della giustizia", ma in pratica è "chi ha parlato di quel libro di Rawls". Farò ammenda.

Keynes: un attore centrale (lo Stato) deve amministrare l'economia perché le persone non sono in grado di coordinarsi tra loro, gli investimenti de facto devono venire socializzati perché provocano instabilità economica, la moneta va manipolata per facilitare la coordinazione economica e soprattutto per uccidere i capitalisti (eutanasia del rentier) visto che non giocano alcun ruolo utile, il bilancio pubblico può essere manipolato per stabilizzare l'economia nel breve termine e in media è uno strumento più affidabile della moneta.

Kelsen: un attore centrale (lo Stato) monopolizza il diritto, che non è che un insieme di norme dotate di sanzione che derivano la loro validità da una norma fondamentale più o meno mitologica, l'efficacia di una norma, e dunque la sociologia del diritto, è un concetto secondario rispetto alla validità formale, e tutto tranne il centralismo statale è da considerarsi un'ideologia e non una scienza del diritto, tutto ciò a cui i cittadini possono aspirare sono limitazioni formali del processo legislativo e giuridico che in qualche modo limitano le azioni del monopolista del diritto.

Rawls: un insieme di persone (in "posizione originaria") decide collettivamente che costituzione darsi, prima ancora di conoscere quali sono le proprie doti personali e la propria posizione in società, e decide dunque come un'assemblea collettiva in maniera univoca il tipo di struttura politica in cui vogliono vivere.

Queste tre teorie hanno diversi aspetti in comune:

1. vedono i processi sociali in termini monolitici: aggregati economici, legislatori centrali, comunità politiche.
2. vedono la società come un tutto unico e non come un aggregato di individui eterogenei.
3. trascurano le strutture interne e la complessità e le eterogeneità delle società reali: prezzi relativi, singoli mercati, "pretese" tra privati, talenti individuali, scelte individuali.

Se si va ad osservare come il pensiero liberale concepisce la società, si ottengono risultati praticamente opposti.

In termini economici, l'eterogeneità è alla base del pensiero austriaco, ma anche nel pensiero economico neoclassico si parte dall'individualismo metodologico (anche se qui c'è da dire che l'agente rappresentativo non è vero individualismo). La differenza è la stessa tra il vecchio istituzionalismo "collettivista" (di cui so niente per fonte diretta) di Veblen e il neoistituzionalismo "individualista" di Coase, Ostrom, North…

In termini politici, partire dalla comunità è tipico del socialismo: in Locke al contrario si parte dagli individui che devono attrezzarsi per risolvere determinati problemi (la sicurezza, il giudice terzo), in Jefferson si parte da individui dotati di diritti che vanno difesi, in Mises ci sono individui che riconoscono la maggiore produttività del vivere in società e si aggregano, etc. Rousseau (altro autore che dovrei leggere) parte dalla comunità, i liberali partono dall'individuo.

In termini giuridici, storicamente parlando il diritto "statocentrico" di Kelsen è una sua fissazione senza fondamento, e basta leggere il pur giuspositivsta Hart per capire le enormi difficoltà di concettualizzare un diritto non statocentrico come il diritto internazionale per capire che c'è qualcosa che non va. Rispetto ai diritti individuali di Locke, al processo (positivo e non normativo) decentrato di Leoni, alla visione Hayekiana riassunta dall'idea che il diritto deve regolare il coordinamento tra individui e non imporre finalità alla società, stiamo su un altro pianeta.

Il XX secolo è stato il secolo del collettivismo: socialismo, nazismo e democrazia hanno politicizzato la società. Se definiamo "totalitarismo" come l'onnipotenza dello Stato rispetto alla società, il XX secolo è stao totalitario, e le nostre società sono totalitarie (per totalitarismo si intendono cose più tragiche, di norma). Lo Stato è stato considerato la fonte della stabilità economica, l'origine del diritto, e la comunità politica che prende decisioni collettive è stata presa come la base della cooperazione sociale. Questa ideologia, o forse sarebbe meglio dire questo milieu collettivista, è ancora oggi alla base del pensiero legale, politico e, un po' meno, economico contemporanei.

La Scuola austriaca, con la sua attenzione alla coordinazione e ai processi decentrati e spontanei tra una moltitudine di agenti eterogenei, è decisamente più avanti nel superare queste inadeguatezze concettuali che sono il risultato dell'adorazione dello Stato del secolo passato. Lo statolatria è teoricamente inadeguata, e politicamente pericolosa. La soluzione va dunque trovata sia teoricamente (si pensi alla critica di Leoni di Kelsen), sia nel campo dei valori. Il modo in cui si concettualizza la società influenza il modo in cui si determina ciò che è legittimo.

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