Benda vs Hoffer su masse e intellettuali

Ho appena letto "The treason of the intellectuals" di Julien Benda, un libro del 1928 sul contributo degli intellettuali al fanatismo politico, alla ricerca di approfondimenti sulle tesi di Hoffer sul ruolo degli intellettuali nei movimenti di massa. Argomento simile, risultati simili, eppure si tratta di due tesi completamente diverse.


La tesi di Benda è che gli intellettuali devono occuparsi delle cose "ultraterrene", il bello, il vero, il giusto, e lasciare ai comuni mortali le cose materiali, senza scendere al loro livello nel "mercato". L'intellettuale militante smette di essere un intellettuale nel momento stesso in cui considera il suo sapere come un mezzo per scopi politici, nazionalisti o socialisti (Benda parla soprattutto dei primi, ma considera entrambi quando fa un'analisi più generale). Cita adirittura con approvazione Renan quando si chiede se i melanesiani possono essere veramente immortali, perché chi non si occupa di cose intellettuali, evidentemente, non merita un'anima.

 

La tesi di Hoffer è completamente diversa. Sostiene che gli intellettuali che non riescono a realizzarsi nelle loro arti (e dunque soprattutto quelli di minore caratura, cioè la maggioranza) nella loro professione tendono a prendersela con la società e a cercare di trasformarla in modo da poter avere una posizione sociale migliore: "non c'è alienazione che un po' di potere non possa curare", scrive. Hoffer sostiene che le masse sono capaci di autorealizzazione attraverso il lavoro e, sotto opportune condizioni, anche di sforzi creativi, tanto che il Rinascimento è stato il risultato degli sforzi di mercanti e artigiani. Queste, per Hoffer, non sono teorie: Hoffer constata la capacità delle masse di ottenere grandi cose in tutta la storia degli Stati Uniti, l'unica società "creata dalle masse", e nota come la capacità di organizzarsi del popolo americano fosse estremamente diffusa anche ai più bassi livelli della scala sociale.

Le due tesi cercano di ottenere lo stesso risultato in due modi opposti: come disinnescare il potenziale totalitario delle idee assassine ("Reflections on a ravaged century" di Robert Conquest è uno dei pochi titoli che tradotti suona meglio: "Il secolo delle idee assassine")? Secondo Benda, bisogna convincere gli intellettuali ad uscire dal mondo e tornare nell'Iperuranio, senza curarsi delle masse la cui immortalità è del resto dubbia. Secondo Hoffer, bisogna dare a tutti la possibilità di realizzarsi in un sistema aperto, maggiormente capace di esplicare la creatività delle persone e di far loro godere del tempo libero (Hoffer si lamenta che nella società americana gli anziani si sentono inutili perché solo il lavoro è considerata fonte di autorealizzazione). Benda ha una soluzione trascendente e astratta, Hoffer una soluzione immanente e concreta.


E qui mi viene in mente Glucksmann. Da un lato c'è un assoluto che rimane trascendente e non entra nella storia a macellare gli uomini con i suoi incubi di paradiso in terra, dall'altro abbiamo l'eliminazione dell'assoluto e l'accettazione della vita nella sua interezza, senza scappatoie iperuraniche. Da un lato abbiamo un Dio che rimane fuori dal mondo ad osservarci, anziché essere sostituito da divinità umane e storiche come lo Stato, la Nazione e il Proletariato, dall'altro abbiamo un universo senza più Dio ("No time for mental crutches, the maker has moved on. I will take it raw, and be on my way", cantavano i Death in "Perennial quest").

Inutile dire che preferisco la versione di Hoffer. Però bisogna esser chiari su un punto: Benda ha perfettamente ragione quando afferma che la ricerca della verità e del bello ha avuto come conseguenze inintenzionali lo sviluppo della civiltà occidentale e la diffusione di una migliore sensibilità morale, estetica e intellettuale nel corso dei secoli. Non bisogna in alcun modo sminuire l'importanza di queste cose, che ovviamente non saranno mai di massa, ed è assurdo mettere sullo stesso piano Dante Alighieri e Dan Brown, Beethoven e gli U2, Michelangelo e Keith Haring. La mancanza di un assoluto non rende tutto relativo, la mancanza del perfetto non rende tutto ignobile, la mancanza del vero non rende tutto falso.


Questo non è affatto, infatti, il messaggio di Hoffer: il Rinascimento sarà pure frutto di artigiani, in un'epoca dove ognuno sapeva abbastanza di pittura da poter giudicare un'opera e riconoscere un talento, ma è pur sempre il risultato della ricerca della perfezione, del superamento di sé, dell'anelito vero il sublime, ciò che rende uomo autenticamente umano. Senza questo non c'è progresso umano, e questa parte dell'idea di assoluto va conservata, anche se probabilmente per la maggior parte delle persone è più semplice conservare l'assoluto, che tanto finché è trascendente, ci ricorda Glucksmann, non è produce lager e gulag.

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2 risposte a Benda vs Hoffer su masse e intellettuali

  1. Wellington ha detto:

    Stavo appunto per dire che le argomentazioni di Benda sono fortemente estetiche. Lo appoggio per quanto riguarda l'arte. Una delle cose più obbrobbriose sulla faccia della terra  è l'arte "impegnata".

  2. Libertarian ha detto:

    Benda parla di tutti gli ideali "platonici": il vero, il giusto, il bello, e di come la posizione terza e ultramondana degli intellettuali abbia moderato e civilizzato la ragion pratica del volgo e degli stati.

    Hoffer invece difende la ragion pratica come strumento per tenere i piedi per terra e vivere una vita piena e indipendente.

    I due approcci sono largamente compatibili, ma devo dire che la spochia di Benda è odiosa.

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