Ci fai o ci sei? Fanatismo vs Opportunismo

Molti politici apparentemente fanatici forse sfruttano solo la pazzia altrui per i propri fini, altrimenti perfettamente razionali, sebbene immorali o addirittura disumani. C'è un'enorme differenza tra un pazzo e un opportunista, del resto: il problema è che tale differenza non è osservabile, probabilmente perché le due cose si mescolano, sia per disonestà intellettuale che per "motivated reasoning" (bias cognitivi inconsci che fanno sembrare giusto ciò che ci è solo utile).

Molti brigatisti sono diventati politici e giornalisti di successo: forse lanciavano molotov per perseguire questo obiettivo? Gli intellettuali italiani che difendevano i carriarmati sovietici a Praga lo facevano per i rubli? Un leader può non credere a quello che dice e far credere di crederci per ottenere il potere, ma questo non significa che non possa crederci, e in genere dirlo è difficile: Stalin ci credeva a quello che diceva? Mao? Hitler? In tutti questi casi c'è un mix della più totale follia e del più cinico pragmatismo, e dire quale dei due fattori domina è difficile.

Quando Al Qutb scriveva negli anni '40 desiderava conquistare il potere in Egitto? Sicuramente ci pensava, ma all'epoca era un piano improbabile (oggi non più). Wahhabi scriveva in Arabia nel 1700, e non certo per fornire una teoria ai reali sauditi del XX secolo. Noam Chomsky ci crede quando giustifica il terrorismo islamico? Sydney e Beatrice Webb mentivano quando scrivevano bene della Russia di Stalin, o vedevano quello che volevano vedere?

Mises dice che Ferdinand Lasalle era incorruttibile. Eppure è uno dei padri del nazionalismo socialista tedesco, essendo stato uno dei primi ad aver mescolato il socialismo marxista col nazionalismo bismarckiano, creando dunque le basi per il sistema politico nazionalista e socialista che ha prodotto la Prima Guerra Mondiale (e influenzato credo anche i nazisti).

Il problema è nell'ipotesi che il male sia dovuto all'interesse, che sia cioè sempre un mezzo e mai un fine: gli uomini, dice questa teoria, non desiderano il male, fanno del male perché desiderano qualcos'altro (potere, soldi…). Il male è sempre strumentale, e nessuno desidera il male in quanto male.

Secondo me ciò è errato: il male – la Wille zur Macht nel nostro caso – può affascinare e addirittura piacere, e la storia del XX secolo dimostra che affascina molto gli intellettuali. Il male piace, affascina, attrae, seduce. Che interesse aveva Medea a uccidere i suoi figli? (Glucksmann) Perché si fa un gran parlare se una bomba americana uccide dieci civili iraqeni, ma nessuno sa che i russi hanno ucciso centomila civili ceceni?

Io non credo che i pazzi e i fanatici siano tutti intellettualmente disonesti: io credo che molti siano sinceri, ma questa consapevolezza non mi ha mai reso più ottimista sulla natura umana.

Tutte queste cose le so perché sono libertario e le ho viste di persona, sia dentro di me che attorno a me (ammetto che vedere dentro di sé è difficile, perché fa buio). Il libertarismo è un movimento di massa temperato dalla non-violenza: in questo si distingue dal marxismo e dall'islamismo. L'assurdità di certi argomenti è appannaggio di una minoranza, ma certi vizi intellettuali sono molto più diffusi, e la loro distribuzione è indipendente dal livello culturale: si osserva tra i blogger come tra i professori universitari. Un movimento di massa non-violento e senza aspirazioni di potere ha un solo possibile ruolo storico nefasto: fare l'utile idiota di movimenti più scafati. E di questo di tracce se ne vedono soprattutto con l'antiamericanismo e l'antiisraelismo.

Il ruolo delle elite nei movimenti totalitari può essere diviso, secondo Hoffer, in tre fasi: la fase preparatoria di distruzione della legittimità dell'ordine esistente, fatta da teorici che odiano il presente e creano una speranza di un mondo nuovo; la fase di creazione della nuova realtà rivoluzionaria, fatta da fanatici senza scrupoli che capiscono i bisogni delle masse più dei teorici astratti; la fase di normalizzazione, fatta da leader cinici ma pragmatici che mantengono l'apparenza della rivoluzione e nel frattempo stabilizzano le nuove strutture di potere.

Allo stato attuale Al Qaeda sta cercando di fare la seconda cosa, e solo in Iran nel mondo islamico è riuscita anche la terza fase. Il lavoro preparatorio è frutto di decine di intellettuali di una certa caratura e migliaia di passacarte. In Russia ci sono stati Marx, Lenin e Krushev ad esemplificare le tre fasi (con Lenin ad aver fatto anche la prima, e Stalin ad aver fatto le ultime due in un modo che poi è stato rinormalizzato da Krushev). In Germania ci furono prima i Lasalle e poi gli Hitler, ma nessun equivalente di Krushev per via della Seconda Guerra Mondiale. In Cina prima Marx poi Mao, e la normalizzazione è avvenuta già con Deng Xiaoping. In Nord Corea non c'è mai stata alcuna normalizzazione (e per questo è socialmente morta).

Un movimento di massa di successo prima o poi si borghesizza e vincono coloro che vogliono solo far carriera, ma c'è una fase precedente dove la ragionevolezza dell'interesse, per quanto disumano e immorale, probabilmente non può spiegare certi fenomeni. Quando si passa alla terza fase, la rivoluzione è conclusa, la parte dinamica del movimento muore, la corruzione e l'opportunismo aumentano, e il popolo si ritrova in genere con più catene rispetto a prima della rivoluzione.

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