Mo' basta: tagliare la spesa

In Italia allo stato attuale la spesa pubblica è pari a circa il 50% del PIL, il debito pubblico a circa il 120%, il deficit il 5%, e la spesa per interessi poco meno del 6%, il carico fiscale è qualche punto sotto il 45% (facciamo conti tondi per semplicità). Con un'inflazione del 2% e una crescita reale che difficilmente supererà l'1.5% nel lungo termine, senza riforme, il PIL cresce in termini nominali del 3-3.5% l'anno. Occorre dunque trovare risorse per eliminare il deficit pubblico, tagliare le tasse, e ridurre il debito pubblico.
 
Come si può tagliare la spesa? Servirebbero studi approfonditi, che non sono in grado di fare, e su cui forse non esistono sufficienti dati pubblicati dallo Stato – perché la trasparenza della Pubblica Amministrazione è piuttosto bassa, basta confrontare FRED (la banca dati della Fed) con quell'inguardabile ircocervo telematico che è il sito dell'ISTAT.
 
Propongo varie cose con una stima di quanto ci si potrebbe risparmiare, ove sia possibile stabilire un ordine di grandezza. Dove non ci sono numeri, o c'è un numero senza giustificazione, ho tirato a indovinare. Complessivamente i numeri non sono molto affidabili, e anche se parlo di tagli di un centinaio di miliardi, è probabile che stia commettendo errori per alcune decine nelle stime, o forse addirittura di più. Probabilmente ci sono però molti altri modi di tagliare la spesa che non mi sono venuti in mente e che potrebbero più che compensare un'eventuale mia stima troppo ottimistica.
 
1. Ridurre il turnover
 
Ridurre il turnover dell'80%: per ogni cinque pensionati si assume una persona. Ci sono settori dove non è possibile far aumentare l'età media di un anno ogni anno eliminando le assunzioni, oppure è utile coltivare un certo numero di giovani ogni anno: questo difficilmente è vero per i lavori impiegatizi, però. Assumendo un costo per dipendente pubblico di 50,000€ l'anno (occorre considerare che gli anziani hanno salari maggiori, che molti sono dirigenti, che ci sono altri costi oltre allo stipendio… probabilmente la stima è conservativa), cinque milioni di dipendenti pubblici, e un ritmo di pensionamento di un trentacinquesimo l'anno (corrispondente a 35 anni di lavoro prima della pensione), si risparmierebbero sei miliardi ogni anno. Dopo cinque anni, si risparmierebbero circa trenta miliardi.
 
2. Abolire le province e ridurre il numero di comuni
 
Considerando che le loro funzioni verrebbero spostate a regioni e comuni, e che il personale verrebbe trasferito, si risparmierebbe poco, forse qualche miliardo l'anno, soprattutto per la riduzione del numero degli incarichi politici. In compenso l'eccesso di dipendenti in altri settori che si verrebbe a creare faciliterebbe il blocco del turnover, potendoli redistribuire dove servono. Lo stesso dicasi per i comuni, che sono quasi 9,000, con una dimensione media di 7,000 persone, e che danno lavoro a più di centomila politici. Anche solo ridurne a 6,000 (del 30%), facendo aumentare la dimensione media a 10,000, consentirebbe di ridurre i costi dei comuni, non certo del 30%, ma magari un quarto di questa cifra.
 
3. Bloccare i rinnovi contrattuali e gli scatti di anzianità
 
Nel mercato, quando c'è un eccesso di offerta, non aumenta il prezzo, ma diminuisce: nel settore pubblico i rinnovi contrattuali dovrebbero seguire lo stesso principio, e dato che si vuole per ipotesi ridurne il numero, tanto vale bloccare i rinnovi contrattuali e gli scatti di anzianità in modo da tenere la spesa assoluta per il personale costante, e riducendola man mano che aumenta il numero di pensionati. Altrimenti, l'aumento dell'età media farebbe aumentare le spese. In alcuni settori potrebbe verificarsi una scarsità di personale qualificato, che preferirebbe andare nel settore privato, ma per la maggior parte dei settori non c'è rischio di scarsità di dipendenti. La cosa potrebbe avere effetti deleteri sul livello di effort.
 
4. Semplificare la burocrazia per ridurre i dipendenti
 
Se si semplificano le procedure burocratiche, serviranno meno dipendenti pubblici, soprattutto impiegati. Ma se si fondono strutture, si semplifica l'organigramma, si aboliscono enti inutili, si riducono gli uffici o i servizi o le sedi locali, sarà possibile anche eliminare molti incarichi dirigenziali, che sono quelli più onerosi per il datore di lavoro (cioè il contribuente). Eliminare Ministeri ad esempio non solo libererebbe risorse, ma ridurrebbe di molto l'organigramma, riducendo il numero di quadri o dirigenti.
 
5. Aumentare l'età pensionabile
 
Supponiamo (per semplicità) che ogni anno vadano in pensione seicentomila persone, e dunque ogni anno si perdano 5,000€ di contributi e si paghino 15,000€ di pensioni in più a testa. Allungare l'età pensionabile di un anno significa risparmiare 12 miliardi. Allungarla di tre anni, dunque, significa risparmiare 36 miliardi. Anche a concedere un "superbonus" per chi vede allonantarsi la pensione, dandogli i 5,000€ di contributi in busta paga, si risparmiaebbero 27 miliardi. Anche una tale riforma richiederebbe qualche anno per andare a regime. I conti li ho fatto assumendo che la pensione rimanga la stessa, cosa ingiusta per chi ha già contribuito molto, ma non affatto ingiusta per chi ha contribuito poco nel corso della sua vita e spera che i giovani gli paghino la pensione.
 
6. Controllare la spesa pubblica d'esercizio
 
La maggior parte della spesa pubblica è corrente, e solo una piccolissima parte sono investimenti. Buona parte della spesa corrente va in trasferimenti (come le pensioni) e personale. Però negli ultimi anni mi hanno detto (non ho controllato, né saprei come controllare) che le spese della Pubblica Amministrazione non dovute al personale sono aumentate di trenta miliardi. Non vedo ragione per non credere che dieci o venti miliardi non si possano risparmiare controllando le voci di spesa una ad una.
 
7. Federalismo fiscale vero
 
Federalismo fiscale significa che ogni euro speso da un ente locale deve provenire da tasse locali, grazie a tasse specifiche (come l'ICI) o addizionali a tasse nazionali (come sull'IRPEF). Il federalismo fiscale richiede l'abolizione dei trasferimenti statali: non si può spendere ciò che non si è tassato, altrimenti si deresponsabilizzano gli enti locali. Questo federalismo ovviamente non lo vedremo mai. Io aggiungerei l'obbligo del pareggio di bilancio e del ripagamento dei debiti entro un certo lasso di tempo: gli enti locali che non sono in grado vengono commissariati, e subito e automaticamente si dismettono beni e si tagliano le spese. Potrebbe aiutare un piano di emergenza, stilato da ogni ente locale, per ridurre la spesa del 5, del 10 o del 20% in caso si verifichino problemi, così il commissario saprà subito dove mettere le mani.
 
8. Dismissioni di patrimonio mobiliare e immobiliare
 
L'Italia spende 80 miliardi in interessi, su 1800 miliardi di debito pubblico. Se il debito pubblico scendesse di 150 miliardi attraverso dismissioni, si risparmierebbero circa 7 miliardi. Se si può fare una cosa del genere tagliando patrimonio che non rende, come immobili non impiegati, o che sta in perdita, come aziende inefficienti, allora si avrebbe un risparmio netto. Un tale risparmio potrebbe ridure lo spread sul debito, come si vedrà al punto successivo, producendo ulteriori risparmi. Se il patrimonio non solo non rende ma anche dei costi, vendere consente di ridurre la spesa.
 
9. Bilanciamento dei conti pubblici
 
Lo spread sul debito pubblico dipende dalla solidità finanziaria dello Stato Italiano: eliminare il deficit e ridurre l'indebitamento dunque farebbe ridurre lo spread. Se lo spread si riducesse di 1.5% (attualmente è quasi il 2%), si potrebbero risparmiare 25 miliardi. Però questo è vero solo per il debito nuovo, non per quello vecchio, dunque non si risparmierebbero 25 miliardi subito, ma solo al rinnovo del debito, che ha una durata media di sette anni.
 
10. Funzionamento della P.A.
 
Regole di finanziamento come lo zero-based budgeting consentono di fare una annuale revisione delle spese per ridurle più efficientemente. L'uso di aste ben congegnate può ridurre il costo della fornitura di servizi o per l'acquisto di materiale. Infine, finanziare i dipartimenti della P.A. in base al loro output anziché ai loro costi farebbe ridurre gli sprechi perché molti dipartimenti non sarebbero in grado di finanziare le proprie spese, se il loro output fosse acquistabile altrove (ciò richiede concorrenza tra uffici, e concorrenza tra "make" e "buy", cioè tra amministrazione pubblica e fornitori privati di servizi di amministrazione) a costo inferiore.

Conclusioni

 
Ne concludo che sia possibile in cinque anni ridurre la spesa di almeno un centinaio di miliardi di euro, se le riforme sono sufficientemente radicali, senza licenziare nessuno. Se dopo cinque anni il PIL aumenta del 20% (basta il 3.7% annuale) in termini nominali, mentre la spesa rimane costante in senso assoluto, il peso dello Stato sul PIL scenderebbe di circa l'8%, producendo un attivo di bilancio a parità di pressione fiscale. Per scendere al 35% del PIL, occorrono tagli alla spesa assoluta di un centinaio di miliardi, e probabilmente è troppo. Se in cinque anni il livello assoluto del debito rimanesse costante, il livello del debito passerebbe dal 120% al 100% del PIL. Con un piano immediato di dismissioni da 150 miliardi scenderebbe poco sopra il 90%. Non mi importa se la cosa è possibile o meno politicamente: tecnicamente è fattibile, e quindi l'Italia, se troverà la volontà riuscirà a bilanciare i suoi conti, e a liberare risorse per tagliare le tasse.
 
A parte la mancanza di dati, la parte difficile è ristrutturare gli incentivi in modo da portare alla minimizzazione dei costi, perché una cosa è dire dall'alto "bisogna risparmiare cinquanta miliardi" e un'altra e creare un sistema decentrato dove ogni dipartimento vede i suoi costi e cerca di capire quali può tagliare. Sul mercato ciò avviene spontaneamente: nella Pubblica Amministrazione va forzato dall'esterno cambiando le regole. Come farlo non mi è chiaro.
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2 risposte a Mo' basta: tagliare la spesa

  1. DavyG ha detto:

    Se ti può interessare, nell'ircocervo Istat si può trovare questo:
    http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100628_00/
    Se si ha voglia di scartabellare un po' le tavole dell'allegato statistico, qualcosa si capisce. Sono dati fino al 2009.
    Così, di primo acchito, si può capire ad esempio:
    -che non è vero che i trasferimenti agli enti locali sono stati "tagliati". In sostanza, salvo qualche isolata eccezione, negli ultimi anni sono sempre cresciuti in modo sostanzioso. Ad esempio, tra il 2005 ed il 2009 i trasferimenti ai comuni sono passati da 17.5 a 25.8 miliardi (+48%). Alle provincie da 3.6 a 4.3 (+20%). Alle regioni da 57 ad 84 (sempre + 48%, curiosamente). Questo in 4 anni.
    Quindi non ho capito cos'abbiano sempre tutti quanti da blaterare di tagli agli enti locali.
    -tra il 2000 ed il 2009 la spesa sanitaria è passata da 67 a 110 miliardi, quindi +64% in 9 anni, +5.65% annuo in media. Aumento maggiormente concentrato nella prima metà del periodo preso in esame.
    -le uscite correnti sono aumentate nei 9 anni tra 2000 e 2009 del 41%. 3.9% all'anno. Nei 9 anni precedenti (1991-2000) erano aumentate meno, del 37%.

    Insomma, ad averne voglia analizzando ed incrociando queste tavole qualcosina si capisce.
    Se vuoi una mano io scartabello.

  2. Libertarian ha detto:

    Grazie!

    Gli darò un'occhiata, sembrano dati interessanti.

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