"Intellectuals and society" di Thomas Sowell

Ci sono libri che ordino su Amazon perché mi interesso di un certo tema, e che quando arrivano si limitano a confermare le conclusioni a cui ero già arrivato per conto mio nel frattempo. D'altra parte, quando poi mi trovo a dover consigliare un libro per investigare la stessa questione, essendo arrivato alle mie conclusioni mettendo assieme materiale eterogeneo e intuizioni personali, non ho molto di meglio da proporre che non lo stesso libro la cui lettura non aveva aggiunto molto a quanto già sapevo. Il libro di Sowell fa parte di questa categoria: il libro è chiaro, profondo, ben scritto, convincente. Semplicemente, non poteva colpirmi perché la sua tesi di fondo era già chiara nella mia mente, ma probabilmente colpirebbe chiunque altro, tranne Wellington, ovviamente.
 
Cos'è un intellettuale? Sowell afferma che è una persona che lavora con le idee. A differenza di un ingegnere, di un politico, di un medico, che usano le idee per "fare cose", l'intellettuale non prende decisioni, non produce, non agisce: l'intellettuale crea e diffonde idee.
 
Sowell deriva da questa definizione una serie di proprietà fondamentali, con un'analisi hayekiana della conoscenza che mi avrebbe certamente entusiasmato se m'avesse colto alla sprovvista: effetto che però le influenze austriache difficilmente possono avere su di me, conoscendole già bene.
 
Una conseguenza è che l'intellettuale non è soggetto a standard esterni: l'ingegnere progetta ponti, e i ponti possono crollare, il politico prende decisioni, e le conseguenze possono rivelarsi diverse da quanto auspicato, il medico cura le malattie, ma la terapia può non funzionare. L'intellettuale, invece, non agisce in un mondo falsificabile: nel mondo delle idee, non c'è prova esterna della validità di quanto si propone. Esiste soltanto l'accettazione dei propri pari: e questo può generare "groupthink" e "path dependency".
 
Un'altra conseguenza è che l'intellettuale può permettersi di essere irresponsabile: non esistendo standard oggettivi, non c'è "feedback" della realtà sulle idee, ed è estremamente facile cadere vittime delle proprie preferenze e dei propri pregiudizi. Proprio per limitare questo problema, è necessario elevare gli standard intellettuali e tenere debitamente conto delle limitazioni della conoscenza umana: ma proprio in questi casi, però, l'ideologia tende a vincere sull'etica della ricerca della verità, tanto che l'intellettuale, come sostantivo, non raramente non rispetta alcuno standard intellettuale, come aggettivo.
 
L'intellettuale – dice Hoffer, e conferma Sowell – non ha prova alcuna del suo valore, e dunque spesso cerca conferma ai suoi dubbi nel conformismo, oppure nella ricerca di potere: l'intellettuale si sente intelligente – indipendentemente da quante idiozie dice – e per questo si sente in diritto di togliere alle persone il controllo della propria vita, e concentrare il potere in modo da riuscire – con le sue idee – a cambiare il mondo. Tra gli intellettuali la passione per i dittatori sanguinari è spesse volte stata più diffusa che tra la popolazione, salvo periodi di vero e proprio rimbecillimento di massa, e non ci sono dubbi che volenti o nolenti gli intellettuali hanno dato un contributo enorme alla giustificazione e all'accettazione dell'espansione del potere politico.
 
Avevo avuto leggendo Hoffer diversi spunti che lo collegavano alle teorie politiche di Mises e Hayek: il libro di Sowell è il primo che sviluppa queste sinergie. Le citazioni di Hoffer sono frequenti e una merita di essere tradotta per intero per la sua capacità di riassumere la differenza tra intellettuale come sostantivo e intellettuale come aggettivo: "uno dei sorprendenti privilegi degli intellettuali è che sono liberi di essere scandalosamente asinini senza danneggiare la loro reputazione. Gli intellettuali che idolatravano Stalin mentre stava uccidendo milioni di persone ed eradicando ogni anelito di libertà non sono stati screditati. Ancora discutono di ogni argomento immaginabile e ancora sono ascoltati con deferenza. Sartre ritornò nel 1939 dalla Germania, dove aveva studiato filosofia, e disse al mondo che non c'era molto motivo di preferire la Francia alla Germania di Hitler. Eppure Sartre divenne poi un papa intellettuale riverito da ogni persona istruita di ogni paese".
 
Il libro è una collezione di citazioni patetiche di intellettuali famosi come Bertrand Russell, John Dewey, George Bernard Shaw, Herbert George Wells, su temi come l'economia, la guerra, la società. E c'è un intero capitolo di verità nascoste o deformate e di giochi di parole il cui scopo, consapevole o meno, è spesso quello di distorcere i fatti riportati dai media. 
 
Le posizioni dell'autore sono molto "libertarian social conservative", e quindi prevedibili: pro-gun, pro-war, pro-market. Il che mi trova spesso d'accordo, ma il libro ha come difetto il fatto di essere troppo focalizzato contro gli intellettuali di sinistra. Anche se è vero che non c'è idiozia che non sia stata detta da almeno un intellettuale di sinistra, il libro ne avrebbe giovato se fosse stato più bilanciato, ad esempio includendo scemenze dette da intellettuali libertarian (non è difficile trovarne da parte di Rothbard e seguaci), o da intellettuali "di destra" (Martin Heidegger e Carl Schmitt che difendevano Hitler, ad esempio).
 
"Chiunque combatta mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro": questa frase di Nietsche è illuminante e spiega cosa distingue Hoffer da Sowell: il lettore di "destra" (io distinguo tra conservatorismo e liberalismo in maniera molto più forte) trova in Sowell tanti motivi per disprezzare gli intellettuali di sinistra, ma pochi per chiedersi se per caso commette ogni tanto gli stessi identici errori, anche se dal fronte opposto. Non è invece possibile leggere Hoffer senza mettere in discussione tutto, in primis sé stessi. Hoffer picchia duro in tutte le direzioni, e non è possibile farne un'icona ideologica: Sowell è concentrato su un solo versante, e corre il rischio di sembrare "l'ennesimo intellettuale organico".
 
A volte il libro di Sowell sembra confondere due piani di discussione, anche se in realtà è più un'impressione che altro, essendo facile trovare paragrafi in cui Sowell mette giustamente ed onestamente il lettore in guardia: una cosa è dire che un argomento in difesa di una tesi è cretino, un'altra è dire che la tesi è sbagliata. Ad esempio, Sowell non distingue adeguatamente tra la tesi "bisogna disarmarsi unilateralmente per evitare la corsa al riarmo", che è una stupidaggine abissale a cui solo Bertrand Russell poteva credere, e dire che "la corsa al riarmo è uno spreco di risorse e aumenta il rischio di conflitti". La seconda tesi è vera: il problema è implementare una strategia non masochistica per evitare il problema, cosa che Russell non capiva.
 
In ogni caso, io e Sowell concordiamo su un aspetto fondamentale: il mondo sarebbe un posto migliore senza intellettuali che vogliono per forza dire agli altri come devono vivere, e costringere gli altri a vivere come dicono loro attraverso la politica. Si fa un grave danno di immagine all'intelletto a lasciarne il monopolio a questi sedicenti intellettuali, così evidentemente sovrarappresentati in certi ambienti culturali. L'intellettuale tende ad essere irresponsabile perché non c'è nulla che gli impedisca di dire scemenze, e tende a sfruttare, coscientemente o meno, questa licenza con una certa nonchalance.
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4 risposte a "Intellectuals and society" di Thomas Sowell

  1. Wellington ha detto:

    'Mazza, dall'ultima volta che abbiamo parlato già ordinato, cotto, mangiato, digerito, tutto.

    Comunque la differenza a mio avviso è che Hoffer scriveva per i posteri, Sowell scrive per i contemporanei. Sowell vive nel mezzo dell'egemonia culturale liberal della California e scrive soprattutto per prenderla a picconate. Anzi, bisogna dare credito a Sowell di riuscire a farlo utilizzando comunque argomenti validi, anche se non imparziali.

  2. Libertarian ha detto:

    Io vivo nell'Unione delle Repubbliche Socialiste Europee, ma avrei usato argomenti più bipartisan, ma solo perché ho una passione "per la violenza intellettuale fine a sé stessa" (citazione di un comico di Zelig). Però è un bel libro, non ci sono argomenti invalidi (o diversamente validi, per essere politicamente corretti).

  3. Libertarian ha detto:

    Ora vorrei scrivere la recensione dell'ultimo di Glucksmann, ma come al solito non ci ho capito un cacchio, se non altro perché Heidegger non l'ho mai letto.😀

    Top dell'umorismo filosofico: "Io Socrate non l'ho mai letto". Almeno una cosa mi accomuna a Platone.

  4. Wellington ha detto:

    Purtroppo l'ultimo di Glucksmann io non l'ho ancora ordinato perché questo è un periodo un po' incasinato nella mia vita privata e sto evitando di far impilare libri, dato che leggo a ritmo più lento (e malgrado ciò ne ho due in lettura e cinque in pila).

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