Mo' basta: pensioni

Il sistema pensionistico creato dalle riforme degli anni '60 funzionava così: si andava in pensione senza dover necessariamente risparmiare o lavorare, a spese della generazione successiva. Questa riforma era insostenibile, iniqua, immorale, e dannosa.: la prima generazione è andata in pensione gratis, la seconda a spese della terza, ma pagando la prima, e così via Ha espanso la spesa pubblica, ha ridotto la quantità di risparmi, ha socializzato i costi previdenziali, ha tolto risorse all'economia reale. Si trattava di comprare voti con i soldi degli elettori: il peccato mortale delle democrazie, all'origine di tutti i mali della politica. La cosa è continuata a peggiorare con baby pensioni e pensioni d'oro e altri metodi per comprare voti a spese del contribuente futuro, che tanto non vota e dunque non può protestare. Poi, per fortuna, accadde l'unica cosa che può fermare la cleptocrazia italica: una crisi finanziaria, nel 1992.

Il sistema pensionistico creato dalle riforme degli anni '90 non ha però messo in discussione nessuno dei questi problemi, salvo la sostenibilità finanziaria. Nel sistema attuale, infatti, i giovani continuano a pagare le pensioni agli anziani, e continuano dunque a non poter risparmiare e investire il frutto del loro lavoro. I giovani sono e rimangono servi. In compenso, con il meccanismo di calcolo contributivo che è stato introdotto, sono state ridotte di molto le pensioni future, dunque oggi i giovani pagano in cambio di nulla. Abbiamo salvato lo Stato, a spese della nuova generazione. I conti della macchina statale sono stati messi – si fa per dire – in sicurezza, il futuro degli italiani della mia generazione è stato nuovamente sacrificato in nome del moloch elettorale.

E che dire del TFR? Un modo per trasformare in pensione una fonte di credito delle aziende, cioè di ridurre ulteriormente la quantità di risorse che fluiva nel sistema economico produttivo. Almeno questo forse può aver prodotto però un miglioramento di efficienza, visto che i mercati finanziari in teoria dovrebbero allocare risorse non dove vengono generate, ma dove rendono di più. In ogni caso, forse una parte della continua crisi economica del Paese è stata causata dal venir meno di questo canale di finanziamento. Non ne sono sicuro, però.

Insomma: i sistemi pensionistici italiani dagli anni '60 ad oggi sono stati una vergogna, morale, economica, politica. Che fare, però, in pratica?

In primis, occorre liberare risorse per i giovani, ad esempio aumentando l'età pensionabile per chi andrà in pensione senza aver contribuito a sufficienza per pagarsela. Il problema è che con l'attuale sistema di calcolo, anche chi ha contribuito a sufficienza non ha i fondi per andare in pensione, perché questi fondi non sono stati investiti, non hanno reso un interesse (composto) e dunque non hanno contribuito alla crescita economica e alla crescita della ricchezza finanziaria. Sono stati usati per pagare le pensioni, ovviamente degli altri.

Poi, occorre creare un avanzo pubblico per pagare le pensioni con la fiscalità generale, in modo da ridurre i versamenti previdenziali obbligatori a fondo perduto e creare fondi individuali in grado di finanziare una pensione a tutti. Oggi la spesa pensionistica è sui duecento miliardi, pagati da chi lavora per pagare qualcun altro. Se queste risorse finissero in un conto individuale, o anche solo se due terzi o meno di queste risorse finissero così, ci si potrebbe pagare una pensione più che dignitosa, anche con rendimenti bassi (cioè con investimenti obbligazionari a basso rischio). Ma così verrebbero a mancare 200 miliardi per pagare le pensioni già in essere (e quelle che stanno arrivando, visto che a 50 anni è tardi per mettere da parte ricchezza previdenziale). Dunque servono tagli alla spesa pubblica in modo da tagliare i contributi pensionistici, e dirottare le risorse così risparmiate dentro un fondo previdenziale individuale, oppure sotto forma di stipendi maggiori.

Per migliorare la posizione finanziaria dei giovani lavoratori e permettere loro di mettere da parte ricchezza previdenziale, liberandoli gradualmente ma inesorabilmente dall'iniquo e immorale giogo previdenziale, si potrebbero ridurre i contributi obbligatori, dunque, ma anche renderli detraibili dall'IRPEF, in modo da far pagare meno tasse sul reddito a chi contribuisce al finanziamento del sistema pensionistico a retribuzione.

Ci vorrà qualche anno (probabilmente oltre un decennio) per mandare a regime il nuovo sistema, ma alla fine ognuno avrà un conto previdenziale personale (si spera) inviolabile, ognuno potrà decidere se e quando andare in pensione in funzione di quanto ha risparmiato, e ognuno avrà un interesse a preservare la propria libertà, essendo diventato un "capitalista". Su quest'ultimo punto è legittimo qualche dubbio, perché tutti gli italiani sono proprietari di case, ma non per questo si ribellano alla minaccia di tasse patrimoniali esosissime, però una società di persone economicamente autonome è una società di persone meno dipendenti dal potere politico. Questo mi fa pensare tra l'altro che questa riforma non si farà mai: la classe politica non vorrà certo perdere potere. Ma le proposte vanno fatte non perché sono realizzabili, ma perché la loro irrealizzabili politica può gettar luce sull'iniquità del processo politico e generare dunque l'indignazione necessaria per mettere la classe politica con le spalle al muro.

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