Mo' basta: conclusioni

Nei post precedenti non ho scritto cose granché tecniche, né un programma dettagliato – che non sarei in grado di scrivere: ho lanciato idee per evitare una crisi finanziaria, aiutare la crescita economica, ridurre la servitù previdenziale dei giovani, ridurre l'iniquità e l'inefficienza del corporativismo che avvantaggia chi ha già una posizione rispetto a chi non l'ha, e rendere più efficace ed affidabile la giustizia.
 
Io credo che queste riforme siano tecnicamente possibili, anche se i dettagli mancano, e di certo non mi sentirei di andare al governo con una preparazione così dilettantesca su queste questioni, anche se il dilettantismo è la norma tra i politici: non era certo mia intenzione scrivere da solo un programma per salvare un intero Paese, visto che con le mie forze intellettuali da sole non riuscirei a salvare neanche un condominio. 
 
Il problema è che non sono politicamente possibili. E qui c'è una evidenza di schizofrenia nel mio approccio.
 
Affermo spesso che il liberalismo non riguarda tanto le policies (cioè, cosa deve fare chi è al potere), quanto la polity (cioè cosa può fare chi è al potere, e soprattutto cosa non può fare). Ho poi di recente insistito molto sulla necessità di sviluppare la consapevolezza che la politica non è nell'interesse generale, e che dunque va limitata, controllata, e vincolata in modo da ridurre gli enormi problemi sociali da essa creati. Allora a che serve un programma liberale, se tanto è politicamente impossibile che la classe politica scelga il liberalismo (che è contrario ai suoi interessi), e se alla fine il vero obiettivo sia consentire alla società di difendersi dai continui attacchi alla libertà da parte della politica?
 
Prima di tutto, serve un programma dettagliato che comunichi quali sono le idee liberali in una molteplicità di campi, dalle liberalizzazioni alla finanza pubblica. Al momento, esiste abbondante materiale edito da IBL su ad esempio le liberalizzazioni o le riforme pensionistiche. Ne esiste di meno riguardo il come tagliare la spesa pubblica, oppure per quanto riguarda la riforma della giustizia.
 
Un programma deve essere praticamente realizzabile, cioè deve "funzionare": svilupparne uno è utile perché è formativo, visto che i liberali tendono spesso ad avere la testa tra le nuvole e non occuparsi di problemi concreti. Un programma ben fatto è un biglietto da visita: rispetto al vuoto cerebrale della destra e della sinistra, anche solo essere in grado di immaginare con un certo dettaglio un'Italia migliore costituisce un enorme vantaggio intellettuale e culturale. Un programma consente di avere in cassetto ciò che serve per fare qualcosa quando per caso si apre la possibilità di farla, e consente di chiarire e diffondere idee concrete.
 
D'altra parte, ciò non basta. Se non si cambia la polity, ci saranno raramente migliori policies: bisogna far capire infatti che il "gioco" della politica ha le sue regole che ne influenzano (in genere negativamente) gli esiti. Bisogna piantarla col dittatore sociale benevolo e disinteressato e ragionare in termini di realismo: i politici disinteressati sono rari, e anche se lo fossero, le regole del gioco forzano la loro mano. E allora si capirà facilmente perché un'associazione di dieci aziende possa chiedere protezionismo per guadagnare 10,000,000€ a testa, anche se venti milioni di consumatori perderebbero 10€ a testa, cioè due volte la cifra guadagnata dai produttori: la differenza è ricchezza distrutta dalla politica. Soluzioni a questo problema non ne conosco, l'unica è ridurre le leggi protezionistiche e rendere più difficile la loro promulgazione.
 
É poco utile spiegare ai politici il liberalismo, non ci si può aspettare che vadano contro i loro interessi sistematicamente. Ma far capire come lo statalismo danneggi tutti potrebbe consentire di creare un consenso contro la politica delle lobby e delle rendite, che rappresenta probabilmente almeno due terzi della spesa pubblica. Mentre una minoranza organizzata può vivere a spese di tutti, la gran massa della popolazione non può, e dunque non ha nulla da guadagnare dalla politica corporativa, che però è l'esito naturale del processo politico.
 
Questo ci porta dunque alla polity: bisogna sviluppare una concezione "costituzionale" della politica in cui le politiche non vanno analizzate una per una, ma vanno analizzate all'interno di una cornice istituzionale che ne influenza i contenuti. I liberali hanno sempre sostenuto ciò: i Federalist Papers sono ad esempio un libro su come le istituzioni politiche influenzano la vita politica, non un ricettario di scelte politiche specifiche. D'altra parte, la fissazione con la democrazia ha fatto sorgere il bizzarro convincimento che sia sufficiente avere elezioni libere, o poco più, e improvvisamente la politica diventa buona. Io la politica buona la vedo così raramente, che se me ne dimenticassi completamente non mi accorgerei della differenza.
 
E qui ci ricolleghiamo al terzo punto: è poco probabile che lo Stato diventi liberale spontaneamente. Chi vuole una riforma liberale, ha bisogno di voti: i voti si ottengono promettendo vantaggi, e la teoria dei gruppi di pressione dimostra che un privilegio concentrato è politicamente più efficace di un interesse diffuso, e dunque per ottenere voti bisogna adottare politiche lobbystiche che elevano l'interesse particolare al di sopra dell'interesse generale. Non ci si può attendere che i politici siano in grado di liberarsi da questi meccanismi: ogni singolo politico ha una capacità limitata di nuotare controcorrente senza distruggere le proprie chance di successo politico. E poi perché in fin dei conti i politici sono gli unici beneficiari certi del sistema: mentre ogni interesse particolare può essere sacrificato sull'altare del consenso elettorale, lo Stato guadagnano potere ogni volta che la politica estende il suo controllo.
 
E quindi qui non basta spiegare quali politiche sarebbero migliori, e quali assetti istituzionali sarebbero migliori: bisogna diffondere un forte senso di indignazione nei confronti della politica, che spaventi i politici e faciliti la vita a coloro che vogliono un governo limitato, anche all'interno delle istituzioni. La fede nella democrazia è dannosa per la libertà: non perché non bisogna votare, o altre minchiate autoritarie, ma perché il processo politico va evirato per evitare che danneggi la libertà individuale, e un passo necessario è diffondere il convincimento che la politica sia intrinsecamente fonte di problemi, e certo non la soluzione.
 
Dunque: proporre soluzioni concrete, spiegare l'importanza dell'assetto istituzionale, provocare diffidenza nella politica. Solo con queste tre cose sarà possibile porsi di fronte allo Stato e reclamare diritti, libertà e autonomia dalla politica. Non si può né sognare l'anarchia, né sperare che la politica diventi naturalmente liberale, né occuparsi di riforme senza vedere le istituzioni, né proporre alternative astratte e forse impraticabili.
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Una risposta a Mo' basta: conclusioni

  1. LibertyFighter ha detto:

    Yep quoto tutto quanto.
    Bravo LF.

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