Libertà dalla responsabilità

La servitù libera il servo da molte cose, e la libertà carica l'uomo libero di un peso che non è facile sopportare. Tutti lo abbiamo sentito, e se non mi fossi perso "Fuga dalla libertà" di Fromm prima di averlo letto magari potrei fare qualche citazione sensata a riguardo. Ma dove cavolo l'ho messo?
 
Ho trovato un esempio di ciò in un libro di Hoffer, "Truth Imagined":
 
"America before the coming of F.D.R. was singularly free of self-pity. None of the people I talked with blamed anyone for their misfortune. Almost without exception they prefaced their life stories with a ritualistic "I have no one to blame but myself"."
 
Poi forse gli americani hanno imparato che è più facile "chiagnere e fottere", sembra sottindere Hoffer, o perlomeno è quello che io leggo tra le righe. Probabilmente l'hanno scoperto molto bene soprattutto i neri, che in quanto a self-pity sembrano aver preso lezioni dagli arabi, anche se poi in realtà è più probabile che glielo abbiano insegnato i liberals.
 
In una società libera è inutile piangersi addosso: non fa una grossa impressione su persone abituate a vivere dei propri sforzi e accollarsi le proprie responsabilità, e non serve certo a guadagnarsi il pane. Può certamente servire a impietosire il prossimo, ma in una società dove chiunque può trovare un lavoro senza problemi solo gli invalidi potrebbero godere del beneficio del dubbio, e per valide ragioni.
 
Che questo tipo di società possa non piacere a chi teme di essere responsabile della propria vita e a chi al contrario ama avere potere sugli altri è fuori discussione: la politica è uno scambio tra i pochi che riescono a comandare sugli altri e i tanti che non vogliono comandare loro stessi, condito con l'illusione del potere di massa dato dalla mitologia della sovranità popolare, illusione che rende più tollerabile la servitù. Forse è probabile che rendere la vita in una società un po' meno stressante possa servire a tutti (oggi, d'altro canto, ci stressiamo in cambio di nulla: metà di quanto sudiamo per produrre viene confiscato dallo Stato, e la maggior parte delle attività economiche è almeno in parte dichiarata illegale, in genere per favorire qualcun altro), anche se credo che a noi abituati ad essere accuditi dalla culla alla tomba lo stress della libertà sembra eccessivo, ma ad una persona abituata alla libertà sembrerebbe una cosa normale.
 
Sta di fatto che tutto questo cambia con lo statalismo: in questo caso, chi ha i soldi può, a costo zero (ognuno paga solo una parte delle tasse) comprarsi una coscienza pulita votando a favore della redistribuzione, e chi non li ha può adottare la strategia del chiagnere e fottere (ops, non serve non avere soldi per adottare questa strategia, anzi, chi ne ha, ha più mezzi per avere successo), perché tanto non serve impegnarsi nella vita se si può vivere a spese altrui. 
 
Del resto si sa, "self-respect is over-rated": l'autonomia è un volgare pregiudizio borghese, o, come si dice, "vittoriano". Imparare a dare la colpa agli altri è invece fondamentale in quest'opera, perché serve infondere l'impressione di avere la coscienza sporca per far sentire il bisogno di comprarsene una pulita. Il politico sentitamente ringrazia, unico beneficiario certo di un sistema che richiede la sua continua – e lucruosa – intermediazione per non essere eccessivamente disfunzionale.
 
Dato che il costo marginale di votare è nullo, e dato che i processi concorrenziali portano il prezzo al costo marginale, una coscienza pulita in democrazia si può ottenere praticamente gratis. Questo sì che è un bene pubblico che solo lo Stato può produrre.
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