Il mito della disoccupazione tecnologica

Il mondo dell'economia amatoriale, e dunque anche dell'economia di cui si parla nei media, è pieno di miti infondati, che vanno dall'errore fattuale  ("i profitti di signoraggio vanno alle banche private": nella realtà vanno al Tesoro) alla fallacia teorica ("la Cina produrrà tutto e noi importeremo tutto": in realtà si può comprare solo se si produce qualcosa da vendere in cambio). Uno di questi miti è la disoccupazione tecnologica.
 
Secondo questa teoria, l'invenzione dell'aratro ha creato un enorme disoccupazione tra i cacciatori-raccoglitori, e l'invenzione della ruota ha gettato sul lastrico i facchini. Questo esercito di disoccupati è tuttora tra noi a fare la fame per colpa della tecnologia, o forse il problema si è risolto perché si sono estinti attraverso un processo darwiniano.
 
A parte gli scherzi, occorre ricordare una cosa fondamentale: all'equilibrio sono i prezzi a garantire l'uguaglianza tra domanda e offerta, e dunque non esiste nessuna disoccupazione tecnologica nel lungo termine perché la tecnologia non ha nulla a che fare con la disoccupazione. Se c'è più domanda che offerta, i prezzi salgono, se c'è più offerta che domanda, i prezzi scendono: non serve sapere nulla su come siano fatte queste curve (a patto che non siano entrambe inelastiche), né come viene prodotta la merce offerta, né perché i consumatori la richiedono. Il ragionamento di cui sopra vale indipendentemente dalla tecnologia e dalle preferenze dei consumatori: l'insieme delle ipotesi sufficiente ad ottenere il risultato non dipende da questi dettagli.
 
Se gli allevatori di cavalli vedono il loro mercato comprimersi per via dell'invenzione delle automobili, molti di loro diventeranno disoccupati nel breve termine, ma poi, trovato lavoro come operai nell'industria automobilistica, rientrerebbero nel mondo del lavoro, magari dopo qualche mese di disoccupazione. 
 
Questo punto è ovvio: un problema più complesso si ha quando la tecnologia sostituisce lavoratori coi macchinari. In questo caso, si dice, dove vanno a finire i lavoratori in eccesso, visto che non c'è più domanda per i loro servizi?
 
Il corretto ragionamento è che dopo l'introduzione dell'automazione ci sarà un eccesso di offerta di lavoro rispetto alla domanda: questo genererà, a parità di condizioni, una riduzione dei salari, e questa riduzione produrrà un aumento della domanda di lavoro che assorbirà, da qualche parte nel sistema economico, l'eccesso di offerta.
 
E non è finita qui, altrimenti l'innovazione farebbe ridurre i salari, cosa del tutto inverosimile. Dato che l'automazione ridurrà il prezzo delle automobili, i consumatori risparmieranno sull'acquisto delle automobili e spenderanno più risorse ad esempio in viaggi, e ci sarà un aumento della domanda di lavoro nel settore turistico. 
 
Complessivamente l'innovazione aumenta la produttività, e dunque aumenta i beni prodotti con cui vengono ripagati i fattori produttivi: di norma dunque aumenta anche i salari. Ovviamente, i salari nei mercati che stanno chiudendo non saliranno, e lì l'occupazione tenderà a diminuire.
 
Esiste un'altra obiezione, più tecnica, ma altrettanto erronea. L'obiezione a volte è che questi lavoratori non hanno dove andare perché l'industria è ormai automatizzata: sono superflui, non possono essere riassorbiti altrove. Bisogna però ricordare che l'adozione dell'automazione non è indipendente dal livello dei salari.
 
Assumiamo per assurdo che un certo numero di lavoratori venga sostituito da macchine, e non venga riassorbito da nessuna parte. Questo eccesso strutturale di offerta produrrà una riduzione dei salari. La riduzione dei salari ridurrà però la convenienza di introdurre le macchine, quindi renderà meno conveniente l'automazione. In sostanza, non è conveniente automatizzare se la riduzione dei salari rende più economico usare meno macchinari e più lavoro.
 
Ragioniamo al limite: se l'eccesso di offerta di lavoro portasse i salari a zero, il costo del lavoro si annullerebbe, e allora le produzioni ad alta intensità di lavoro diventerebbero estremamente convenienti rispetto a quelle ad alta intensità di capitale. Per quale motivo automatizzare, del resto, se non occorre più economizzare sul lavoro, essendo diventato gratuito?
 
Insomma: l'innovazione non produce disoccupazione, tranne di norma nel breve termine. La disoccupazione tecnologica non esiste. Al più può esistere la distruzione di capitale umano specifico, che è un altro discorso.
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6 risposte a Il mito della disoccupazione tecnologica

  1. DavyG ha detto:

    Adesso ti faccio incazzare

    Guarda qui l'ultima pagina http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relann/rel08/rel08it/bilancio/rel08_22_relazione_bilancio.pdf

    Parla di distribuzione di 58 milioni ai "partecipanti" su 175 milioni di utili.
    Dati del 2007, non so se sia una prassi od una cosa ripetuta.

  2. Libertarian ha detto:

    Guarda la tabella a pagina 65.

    175 milioni di utili

    107 milioni allo stato
    70 milioni a riserva ordinaria e straordinaria
    15,000 euro in utili agli azionisti

    Per statuto Bankitalia deve dare il 6% del capitale agli azionisti, e il capitale sono 150,000€ circa. Poi può dare il 4% extra a integrazione. Così si arriva ai 15,000€

    Non trovo però quanto dici. Se cerco "partecipanti", ho trovato "stati partecipanti", che indica la quota azionaria della BCE di proprietà di Bankitalia, su cui si dividono i profitti dall'emissione di banconote (circa un miliardo per l'Italia).

  3. DavyG ha detto:

    Intendo proprio quella pagina.
    Subito dopo la tabellina che citi dice che 58 milioni e spicci vengono distribuiti ai partecipanti, in quanto "frutti" delle riserve.
    Sulla base dell'art.40 dello statuto, che dice che i frutti delle riserve possono essere distribuiti ai participanti, non oltre il 4% delle riserve stesse.

    Quindi l'utile viene distribuito come riporti, ma poi viene anche distribuito un pezzettino di riserve.

    Statuto: http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/funzgov/gov/statuto/statuto.pdf
    I partecipanti sono i partecipanti al capitale, cioè i "soci", quasi tutte banche: http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/funzgov/gov/partecipanti

    Lungi da me sostenere tesi signoraggiste, lo facevo solo più che altro per ironizzare, ma sembrerebbe proprio che, al di là della distribuzione degli utili di facciata, i soci bancari prendano ben di più dei 15k euri..
    58 milioni sono una parte non irrilevante dell'utile, sebbene distribuiti indirettamente passando prima per le riserve.

  4. alepuzio ha detto:

    Visto solo adesso il post!

    C'è una cosa che non mi convince.

    Un mio ex-collega che lavora in Francia tempo fa postò un articolo in cui si parlava della necessità (in Francia) di lasciare perdere gli incarichi manageriali per interessarsi a posizioni più ingegneristiche.

    Quindi lo scenario è che figure professionali avanzate (manager a vario titolo) perdano il lavoro e che ci sia carenza di personale per mansioni professionali di livello avanzato (ingegneri tecnici).

    Ci sarà un certo tasso di disoccupazione ad un certo momento: tu dici che è di breve termine cambiare le competenze tra figura così complesse? Il discorso che fai sulla disoccupazione tecnologica non è troppo legato a strtture produttive più semplici di quella odierna?

    Ciao

  5. Libertarian ha detto:

    I lavoratori altamente specializzati hanno competenze altamente specifiche e dunque il loro capitale umano è più sensibile alle variazioni delle condizioni economiche dei lavoratori non specializzati. Questo significa che se un tizio è abituato a guadagnare 100,000€ facendo una cosa, e quel mestiere sparisce, poi c'è il rischio che debba accontentarsi di molto meno perché le sue competenze valgono di meno.

  6. Thewho ha detto:

    Il signor David Ricardo, che di mestiere ha fatto dai 14 ai 42 anni il cambista di borsa figlio di di cambista olandese (e Dio solo sa quanto siano bravi gli olandesi nell’inventare strumenti di prestito di capitale finanziario alla ‘pura ventura’,…sai cos’è il prestito di guerra?!), per primo ha teorizzato ‘rendimenti decrescenti’ di scala che rendono inevitabile nel cd. ‘periodo di traversa’ vincoli finanziari (‘strozzature cd. effdetto Voi Hayek’) e ‘vincoli apprenditivi’ (ovvero ‘è dura lasciare la strada vecchia nel luogo natio, nota e comoda’ per intraprendere sentieri di cambiamento e di crescita atti a dar luogo al recupero cd. ‘compensazione’ dei posti di lavoro persi)…
    … a tutt’oggi rimane la fonte di ispirazione che ha dato luogo a circa 25.000 opere di economisti dal 1840 in poi sull’approfondimento di un problema che esiste: gli organismi di studio, divulgazione e implementazion politica di un tale problema non hanno la minima idea anche solo di approcciare scelte di politica economica che tengano conto di tale contraddizione ‘insita in modo naturale e perverso’ nel sistema capitalistico liberista non pilotato dal pubblico settore.
    Io l’ho studiato e ho più fiducia nei misurati e fondati sospetti di un economista che ha misurato per una vita aggi ed interessi piuttosto che di vaghe ipotesi di mondi ‘perfetti’ di concorrenza perfetta e di ‘prezzi che automaticamente livellano i disequilibri’ che nella realtà NON ESISTONO…
    Un pò preoccupato.

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