Libertà e democrazia 2 – La teoria politica della democrazia

[Intervento non mio]

Beni pubblici, equità, e spesa pubblica

 
Il XX secolo ha partorito varie giustificazioni “economiche” dello Stato. Una è la teoria dei beni pubblici, che afferma che certi beni non possono essere prodotti senza costringere tutti a contribuire. Alcuni beni pubblici esistono, e probabilmente ci sono cose che richiedono uno Stato per essere prodotte, come la difesa. Ma la stragrande maggioranza dei beni prodotti dal settore pubblico non è un bene pubblico: la dimensione dello Stato non si può spiegare con questa teoria. Considerando che lo "Stato minimo" spende meno del 5% del PIL, e che forse è bene pubblico anche qualche infrastruttura, non credo si possa superare il 10% del PIL con questo argomento.
 
Un’altra giustificazione è l’equità. Oggi lo Stato spende il 50% del PIL, senza contare le regolamentazioni. Con tutti questi soldi si potrebbe benissimo far uscire chiunque dalla povertà. Ma moltissime politiche danneggiano in realtà i più poveri: uno studio ha mostrato che lo Stato Italiano trasferisce più soldi al 20% più ricco della popolazione che al 20% più povero. Anche l’equità, dunque, non riesce a spiegare la dimensione dello Stato, anzi, spesso la politica è iniqua, come si vede in innumerevoli casi (politiche pensionistiche, salvataggi bancari, finanziamenti alle università, salari minimi, protezionismo, sovvenzioni alle aziende, inflazione). Per dare 10,000€ al 25% della popolazione più povera ogni anno, basta il 10% del PIL. E sono troppi, decisamente.
 
Cos’altro muove allora la politica, considerando che meno del 20% del PIL è giustificabile, ma la politica reale spende dal 40 al 60% del PIL? La politica si muove da sola: l’espansione continua è ad essa connaturale, anche quando è dannosa, iniqua, scriteriata, ingiustificata. Come funziona questo processo?
 
La politica dal punto di vista del politico

Un primo modo di vedere la politica è considerare la "classe politica" come un individuo che agisce secondo i propri interessi, cosa vera per una buona percentuale dei politici, non avendo mai visto nessun politico ridursi i poteri volontariamente.
 
Un politico non agisce mai da solo: tutti hanno bisogno dell’appoggio dei colleghi del proprio e degli altri partiti per decidere. Il leader politico che decidesse di liberalizzare un settore, o ridurre la spesa pubblica, avrebbe meno poltrone da offrire, meno fonti di reddito da promettere, meno soldi da elargire: avrebbe quindi difficoltà a conquistare le simpatie di chi fa politica per motivi “professionali”. È facile capire che questo possa essere un ostacolo all’implementare politiche che vogliano ridurre il peso della politica.
 
Essere liberali in politica è difficile: è naturale che si venga guardati male dai colleghi, sia alleati che avversari. Per tagliare la spesa, o ridurre il numero le “poltrone”, occorre vincere forti resistenze nel proprio partito, e negli altri partiti. Al contrario, aumentare la spesa e il numero di poltrone è raramente un problema, tranne quando tutti si convincono che non c’è alternativa.

Ogni qual volta è possibile, i politici hanno un palese interesse ad aumentare lo spazio delle decisioni collettive (politica) a danno di quelle individuali (libertà), e mentre i loro colleghi hanno interesse ad ostacolare l'aumento della libertà, la riduzione di questa non incontra alcuno ostacolo naturale, e anzi facilita i buoni rapporti coi colleghi.


Ci sono però ragioni più importanti, legate alla struttura del processo di decisione politica…

[continua]

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