Libertà e democrazia 11 – Cos’è la libertà

Il libero mercato
 
Il libero mercato è l’essenza del liberalismo. Senza questo, non c’è libertà: i cittadini dovrebbero chiedere l’elemosina allo Stato per vivere, la stampa dovrebbe chiedere il permesso allo Stato per stampare, etc. Il mercato è il baluardo della libertà, perché è la fonte dell’autonomia economica e sociale. La libertà di perseguire i propri fini senza la libertà di impiegare i propri mezzi è come la libertà di mangiare senza avere alimenti.
 
Il libero mercato è anche l’archetipo della coordinazione sociale con mezzi pacifici: miliardi di persone possono cooperare tra loro grazie allo scambio, che produce ricchezza per tutti. Il mercato funziona senza un’autorità di controllo, senza un potere assoluto, senza un sovrano. Il mercato è l’archetipo della libertà, perché è il principale esempio di società che funziona senza un padrone. Lo studio dell’economia è lo studio del funzionamento di una società libera, perché anche se una società libera non è solo mercato, una società libera funziona in massima parte su meccanismi di mercato. Non è un caso che gli economisti siano in media più liberali di altri "scienziati" sociali: senza capire l'economia è praticamente concepire che le società umane possano funzionare senza un padrone come il "Sovrano". Che dopo gli economisti ci siano i giuristi è probabilmente legato all'importanza del diritto privato per la coordinazione di una società libera, al pari del sistema dei prezzi.
 
L'enfasi sul libero mercato non deve far dimenticare che il liberalismo è anche caratterizzato da legami sociali volontari come le associazioni, le mutue, le società amicali, che possono supplire ad alcune inefficienze e mancanze del mercato puro. Queste organizzazioni sono sparite con lo Stato, visto che è inutile impegnarsi a fare qualcosa di buono con i propri sforzi, quando facendo pressioni politiche è possibile costringere gli altri ad impegnarsi al posto nostro.
 
Gli agenti sul mercato, una volta appurato che possono gratuitamente ottenere vantaggi dalla politica, si trasformano facilmente in lobby: il mercato funziona finché è difficile vivere a spese degli altri, e finché il diritto di proprietà è ragionevolmente efficiente nel consentire la coordinazione di individui. Nella nostra società, il mercato come servizio ai consumatori gioca un ruolo fondamentale, senza il quale non esisterebbe neanche la base imponibile su cui vive lo Stato, ma è così facile vivere a spese degli altri che associazioni professionali, grandi imprese, sindacati e altre organizzazioni economiche sono i più grandi nemici della libertà.
 
Il pluralismo sociologico
 
Quante volte avete sentito che la libertà occidentale è frutto dell’equilibrio tra poteri, tra la lotta tra re e nobili, tra Chiesa e Impero, tra stati federali e governo centrale? Dove ci sono vari centri di potere l’uno geloso dell’altro, è difficile che si formi un potere supremo che gestisca tutto: gli aristocratici non si sottometteranno al Re, i vescovi guarderanno con sospetto l’Imperatore, le elite politiche del North Carolina non si fideranno di quelle di Washington DC.
 
Il pluralismo sociologico a volte degenera nella difesa di un privilegio sperando che questo freni il potere di altri privilegiati. Il liberalismo, si dice, ha spazzato via l’aristocrazia, ma così facendo ha lasciato la società in balìa dello Stato, eliminando un potenziale elemento di resistenza all’accentramento di potere. In base a questo curioso ragionamento, c'è chi in passato ha difeso i privilegi dei farmacisti dalle "lenzuolate" di Bersani dicendo che i farmacisti fungono da contropotere allo Stato. Balle, ovviamente. In ogni caso, è vero che eliminare i centri di potere sociale mantenendo il potere politico è masochistico: lo Stato è il più grande nemico della libertà individuale.
 
Un altro problema del pluralismo sociologico è che il “potere sociale”, una volta persa la sua autonomia, può sopravvivere soltanto offrendo i propri servigi al potere politico. Un’elite indipendente è probabilmente sospettosa verso il potere, ma un’elite debole cercherà, per garantirsi la sopravvivenza, non di opporsi ad un potere che non ha più la forza di contrastare, ma di servirlo. Da elite a lobby il passo è breve.
 
La versione soft, e meno problematica, del pluralismo sociologico è che il liberalismo richiede una forte classe media: la classe media è socialmente ed economicamente autonoma e non ha dunque bisogno di diventare clientes dei politici, inoltre è troppo numerosa per aspirare al potere, che si può dividere solo tra poche persone, se deve beneficiarle a spese di terzi.
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6 risposte a Libertà e democrazia 11 – Cos’è la libertà

  1. Libertarian ha detto:

    As usual: questa serie di interventi non è mia, ma frutto di un intervento di un mio amico alla Scuola di Liberalismo di Benevento.

  2. broncobilli ha detto:

    Leggendo il libro di Donald Wittman – usa manetta le aspettative razionali – mi sono convinto che molte critiche rivolte alla democrazia dalla public choice non stiano razionalmente in piedi. Qui un assaggio delle sue ragioni.

    Con questo rimane pur sempre un buon argomento: noi abbiamo sempre una gran voglia di essere irrazionali (… ideologici…) e la democrazia ci consente di esserlo a costo molto ridotto.

  3. Libertarian ha detto:

    Domani stampo e leggo. Certo, è difficile spiegare la realtà quando si suppone che la politica sia efficiente nel prendere decisioni. Serve una teoria totalmente nuova che spieghi che le cazzate dei politici non sono cazzate ma sono il migliore dei mondi possibili… dubito che una tale teoria possa esistere.

  4. broncobilli ha detto:

    In soldoni, non c' è nulla di preoccupante in sè nella democrazia: se l' analisi public choice è razionale sarà l' analisi fatta da tutti gli elettori. Chi vota, dunque, vota non fidandosi del governo poichè conosce bene i tipici abusi in cui incorre. Presentasi con un' agenda di governo minimo risulterebbe vincente considerate le caratteristiche del corpo elettorale.

    Per spiegare la realtà, che è un po' diversa, bisogna purtroppo abbandonare l' assunto dell' elettore razionale. Ma per farlo occorre uscire dal paradigma neoclassico.

    Oppure si puo' fare come si fa per dar conto dell' "altruismo" (Becker): si ingloba l' "irrazionalità" nel paradigma postulandola come preferenza.

    La politica diventa così un caso particolarmente rilevante in cui è razionale essere irrazionali! Ecco spiegato perchè le democrazie scelgono così male le loro politiche.

  5. Libertarian ha detto:

    Ho letto l'articolo, ci ho messo una settimana per motivi di lavoro, ma l'ho letto.

    Ho letto Caplan e lo trovo un lavoro molto fondato e interessante. Avendo studiato la follia umana (fondamentalismo, integralismo…) e avendo osservato l'irrazionalità ideologica di prima mano (compreso il libertarismo più fideistico), ho trovato molto importante una teoria che spiegava istituzionalmente l'irrazionalità e i bias.

    In realtà però non dimostra quanto dici, il paper. Innanzitutto c'è una nozione di efficienza piuttosto strana, o meglio, è la nozione di efficienza che è strana se applicata alla politica, e su questo farò un post.

    Poi la mia tesi non è che la politica è inefficiente (anche se lo è), ma che cresce rispetto alle dimensioni ragionevoli per sua spinta interna, e questo è vero o falso indipendentemente dalle deadweight losses. Si tratta di un paradigma normativo che va oltre l'efficienza.

    Infine, l'argomento non tiene conto dei costi di transazione e dunque si riconduce alla fallacia di Pangloss secondo cui tutto è perfetto perché alla fine tutto è efficiente. IN un contesto neoistituzionalista, ci sono N persone che interagiscono in un ambiente istituzionale e hanno problemi facili (beni privati, relativamente al contesto istituzionale) e problemi difficili (beni pubblici) da risolvere. In un mercato senza diritto di proprietà, il rispetto della proprietà è un bene pubblico, e dunque le istituzioni devono risolverlo. In politica è un bene pubblico l'informazione, se richiede uno sforzo da parte dell'elettore (l'autore sembra ritenere che le lobby possano supplire all'informazione mancante, come s eun professore potesse far capire qualcosa ad uno studente svogliato). La questione dell'efficienza è da porre in questo modo: fermo restando che ogni ambiente ha i suoi beni pubblici e che ogni bene pubblico si può ridurre con modifiche istituzionali, quale ambiente è più consono per la soluzione dei suoi problemi? Io dubito che in politica l'efficienza giochi un ruolo notevole, perché se è vero che a evitare deadweight losses si perdono meno voti tra i perdenti, è anche vero che alla fine per prendere risorse bisogna tassare, e dunque togliere incentivi a produrre.

  6. broncobilli ha detto:

    la mia tesi non è che la politica è inefficiente (anche se lo è), ma che cresce rispetto alle dimensioni ragionevoli
    Questo passaggio è per me un po’ ambiguo. Vedo una “politica che cresce oltre i suoi limiti ragionevoli” come una politica irragionevole, ovvero inefficiente. L’ osservazione mi ricorda de jasay, ma lui considerava inefficiente il mercato politico.
    E’ vero, i costi di transazione non ci sono, ma quelli, in modo diverso, affliggono anche il mercato economico. In fondo witt. vuole solo dimostrare che tra i due mercati non c’ è questa grande differenza.
    La questione decisiva riguarda l’ informazione.
    Certo, l’ “elettore” è molto più svogliato del “consumatore”, ma, proprio perchè ci sono enormi rendite da accaparrarsi, ci sarà sempre convenienza a fornire un’ informazione marginale. In altre parole: i competitori trasferiscono su loro stessi i costi informativi. .
    Quando costa così poco informarsi, l’ ignoranza non conviene più. Conviene ancora,invece, coltivare le gioie dell’ irrazionalità. E qui entra in ballo Caplan.
    Tieni presente che il paper è la premessa al libro (lo trovi su amazon), io mi riferivo a quello. D’ altronde mi limitavo a dire che l’ elettore  è pur sempre razionale (io facevo il caso del libertario) e quando i prezzi sono bassissimi, persino lui compra informazioni. ciao

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