"La malapianta" di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

Io non so niente di mafia, o meglio di 'Ndrangheta visto che il libro è su quest'ultima, però ho studiato un po' di politica, e probabilmente quindi ho li strumenti concettuali necessari per capire almeno in superficie di che si tratta (ah! la sottile ironia).

Il libro è un'intervista ad un magistrato, Nicola Gratteri, fatta da un esperto di organizzazioni criminali, Antonio Nicaso, ed è pieno di informazioni interessanti per capire la 'Ndrangheta, perlomeno per un neofita totale come me.

 
Il libro è interessante e ben scritto, anche se la qualità della stampa e della rilegatura non è eccezionale. Il tema vale il 3% del PIL, perché questo è il fatturato della 'Ndrangheta (se tutta questa imprenditorialità fosse usata sul libero mercato… la Calabria sarebbe forse più ricca della Baviera), ed è ricco di informazioni sulla storia e l'organizzazione della 'Ndrangheta e i contatti con le altre mafie, italiane e internazionali (queste ultime soprattutto per il traffico di cocaina, per cui la 'Ndrangheta è prima in Europa). 
 
Si tratta di un libro equilibrato: Gratteri si lamenta ad esempio della riforma contro le intercettazioni perché renderebbe difficili le indagini, sebbene sostenga che l'uso processuale e mediatico di queste sia stato sconsiderato, e quindi non si può applicare il riflesso condizionato berlusconiano del "questi sono comunisti perché mi danno torto". Rispetto al berlusconiano "si spendono miliardi per intercettare me" e al dipietrista "intercettateci tutti, io non ho niente da nascondere", finalmente qualcuno argomenta invece di dire assurdità.
 
Le tesi argomentate sono poi spesso dure: riaprire le carceri sulle isole (immagino siano particolarmente noiose, come carcere duro), ridurre gli sconti di pena per i mafiosi, aumentare i sequestri di beni. Insomma: se lo si prendesse sul serio, povera 'Ndrangheta, ma tanto è politicamente improbabile che ciò accada (e quest'ultima cosa non credo dipenda molto da chi sta al Governo, la politica italiana ha una posizione di appeasement nei confronti delle organizzazioni malavitose, nonostante il monito di Churchill).
 
Alcune tesi sono forse in odore di cospirazionismo, perché a pensare a quanti stretti rapporti ci siano tra Stato Italiano e le mafie viene il mal di testa, anche se si tratta di cose verosimili. L'odore di cospirazionismo viene emanato dall'uso del termine "massoneria", che ogni volta che lo sento mi fa pensare ad una bizzarra teoria paragonabile a quelle degli ufologi. Però insomma, probabilmente c'è qualcosa, e comunque io non ne so nulla.
 
Altre cose sono molto più improbabili, però: secondo Gratteri, più del 20% del PIL americano è legato alla droga. Considerando che i cartelli di narcos messicani controllano il 5% del PIL messicano (dato Stratfor), e la 'Ndrangheta controllando tutto il mercato della coca europeo ottiene da questa il 2% del PIL italiano, direi che la cifra riferita agli USA è gravemente esagerata, diciamo anche di un ordine di grandezza.
 
Esistono soluzioni semplici e soluzioni difficili ai problemi: quelle semplici sono quasi sempre sbagliate. Leggendo il libro per esempio mi sono reso conto che liberalizzare la droga in Italia non ridurrebbe i profitti delle mafie, perché il prezzo mondiale rimarrebbe quasi inalterato: solo se venisse liberalizzata ovunque sparirebbe il narcotraffico con i suoi ingentissimi profitti, e quell'apoteosi di riciclaggio del denaro mafioso che inquina l'economia in tutto il mondo, anche fuori dal Meridione. Peccato, perché la liberalizzazione mi piace un sacco (a Gratteri no). Purtroppo per salvare il Messico dai narcos non serve liberalizzare in Messico (pare l'abbiano fatto, in parte), perché i profitti si fanno negli USA. A questo non avevo mai pensato.
 
Un'altra cosa che mi ha colpito è quando si dice che un membro della 'Ndrangheta affermava di essere entrato per sentirsi qualcuno, per avere un'identità: "mi mancava il senso di appartenere a qualcosa". "La più importante passione di chi non è contento di sé è appartenere a qualcosa", diceva Hoffer in "The true believer": una costante della natura umana che i liberali dovrebbero maggiormente considerare, e che la politica ha sempre sfruttato per consolidare ed estendere il potere. Le mafie lo sanno, e le procedure di affiliazione, i riti, i linguaggi, i sensi di appartenenza, giocano la stessa funzione delle bandiere, degli inni, delle costituzioni, delle feste.
 
Il rapporto tra Stato e mafie è una cosa complessa: le similitudini culturali, morali e istituzionali sono evidenti, e i contatti tra Stato e mafie sono frequenti, a tutti i livelli: la mafia è ben infiltrata ovunque, e controlla molti voti, dunque è politicamente potente. Su questo tornerò, non certo perché sono improvvisamente diventato un esperto di mafia, ma perché la goliardia libertarian del paragone tra Stato e mafie richiede un approfondimento e dei distinguo, anche se purtroppo è molto più illuminante di quanto sarebbe auspicabile.

Che messaggio bisogna far passare per combattere le mafie? Probabilmente lo stesso che serve per combattere le consuete e onnipresenti degenerazioni della politica: autonomia, dignità, libertà, diritti, legalità, coraggio, meritocrazia, trasparenza, rispetto. E anche l'uso deciso della forza, perché i nemici non si sconfiggono con le chiacchiere, ma (anche) con le armi.

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