War Ensemble

Supponiamo di vivere in un mondo con quattro tipi di persone:
  1. L'aggressore A, che usa la violenza per un qualunque fine, contro B.
  2. Il bersaglio B, che subisce la violenza di A e chiede aiuto ad un difensore D.
  3. Il danno collaterale C, che se D decide di intervenire, o se B si difende, o se A attacca, rischia di morire.
  4. Il difensore D, che deve decidere se intervenire per difendere B.
Questo è un tipico caso di "guerra umanitaria", che nella neolingua politica odierna è una campagna militare fondata sui buoni sentimenti. La definizione continua la lunga serie di stravolgimenti linguistici per finalità di propaganda politica, come anche "missione di pace". Probabilmente sarebbe tutto molto più facile se invece dei sentimentalismi ci si basasse su analisi concrete, finalità ben comprensibili, e una diffusa consapevolezza dell'inevitabilità di certe forme di guerra. Essendo ovvio che sia infinitamente più facile ingannare un elettore che spiegargli le cose, non insisterò su questo punto.
 
La posizione libertaria standard su queste cose è assurda: si ritiene che B non possa difendersi se nel farlo mette in pericolo la vita di C, e a fortiori che D non possa intervenire per lo stesso motivo. Se adottiamo questi due princpi in casi storici importanti, scopriamo che: 1) gli USA non possono attaccare la Germania Nazista nonostante abbia messo a ferro e fuoco tutta l'Europa, per la possibilità (certezza) che anche civili inermi vengano colpiti, 2) nessuno può difendersi direttamente da un attacco della Germania Nazista, a meno che nel difendersi non si assicuri di non far correre alcun pericolo ad ogni potenziale danno collaterale.
 
Il mondo per fortuna non è così cretino da obbedire a queste regole suicide, e nessuno è stato così masochista da metterle in pratica, o se lo è stato, non è sopravvissuto per raccontarlo. D'altra parte è di fondamentale importanza imporre un insieme di regole che limitino la portata, la frequenza e la gravità dei conflitti, e che queste regole vengano fatte rispettare nei soli tre modi possibili:
  1. che tutti gli agenti principali ritengano di norma proficuo rispettarle, o
  2. che gli attori più deboli siano costretti a rispettarle, o
  3. che gli attori più forti siano condizionate a rispettarle, ad esempio dall'opinione pubblica. 
Invece è da evitare imporre norme che se rispettate produrrebbero il suicidio di chi altrimenti sarebbe stato in grado di difendersi: tanto, norme del genere non le rispetterebbe mai nessuno, sarebbero flatus vocis: le norme libertarie sulla guerra sono un esempio.
 
Che tipo di regole ho in mente? Secondo me bisognerebbe porsi una serie di domande prima di intervenire:
  1. L'intervento è proporzionale al rischio? Non si scatena una guerra per futili motivi, deve esserci un pericolo mortale, per sé o per i propri alleati. E 
  2. L'intervento è stato analizzato in maniera razionale, in modo che si possa dire se sia o meno ragionevolmente in grado di ottenere gli obiettivi dichiarati?
  3. Esistono alternative meno cruente in grado di raggiungere lo stesso obiettivo?
  4. I costi dell'intervento sono ragionevoli dal punto di vista di chi interviene con giustificazioni umanitarie? (stavo per dire finalità, ma le finalità differiscono di norma dalla retorica)
Queste domande sono da interpretarsi come condizioni necessarie, non sufficienti.
 
Nel caso dell'intervento in Libia, si scoprirebbe che:
  1. Dato che Gheddafi stava evidentemente bombardando la popolazione civile (non che avesse alternative), la prima domanda ha risposta affermativa. La risposta è però affermativa per decine e decine di Stati diversi in giro per il mondo, e se questa fosse sufficiente, finiremmo invischiati in ogni angolo del globo.
  2. La risposta a questa domanda è no. La giustificazione ufficiale era impedire a Gheddafi di bombardare i suoi cittadini: la giustificazione più verosimile è che la Francia voleva mettere le mani sulle vicende libiche dopo che la Libia si era avvicinata troppo all'Italia e ha usato i bombardamenti come giustificazione retorica di finalità infinitamente più prosaiche. Nessuno si è chiesto, mi pare, cosa succederà se Gheddafi crolla e le tribù a lui fedeli si troveranno in futuro nella stessa posizione di quelle ribelli, per via delle forze ribelli messe al potere dall'intervento. Insomma: la domanda da porsi è che garanzie di rispetto dei diritti individuali danno i ribelli, in più di quelle (scarse) date da Gheddafi.
  3. Probabilmente no, nel senso che la diplomazia, le sanzioni, la persuasione, giocano forse un ruolo importante, ma non saranno mai in grado di convincere qualcuno a lasciare il potere senza combattere con ogni mezzo.
  4. La risposta probabilmente è sì, nel senso che i costi (umani, non tanto quelli materiali) sono piuttosto limitati, perlomeno finché ci si limita a bombardare dall'alto. Se per caso la situazione precipitasse e si dovesse intervenire sul terreno, i costi umani e materiali subirebbero un'impennata, e forse a quel punto si scoprirebbe che non ne valeva la pena.
Se fossi un libico obiettivo sarei contento dell'intervento se l'alternativa a Gheddafi fosse migliore di lui, e se la transizione non fosse eccessivamente cruenta. Temo che queste due ipotesi non siano state attentamente vagliate.
 
Se fossi un policy-maker europeo, forse avrei scelto di non fare nulla, almeno date le mie attuali scarse informazioni sulle parti in lotta. Se non si fosse fatto niente, probabilmente ora Gheddafi avrebbe già schiacciato la rivolta, ci sarebbero state alcune migliaia di morti in più, e si sarebbe ristabilita la calma, o con la repressione, o con qualche scambio politico coi capi-tribù ribelli. Il rischio di perpetuare la guerra è evidente.

Anche a togliere le esagerazioni impraticabili di pacifisti e libertari, ci sono ovviamente buone ragioni per limitare l'uso di mezzi militari in giro per il mondo, però non possono esistere un insieme di principi burocratici chiari, oggettivi e deterministici per prendere decisioni di politica estera: questa è una dei "prerogatives" del sovrano, e se non vi piace il concetto di sovranità, pensate ad un imprenditore che deve prendere decisioni seguendo un manuale di istruzioni dettagliate, cosa ovviamente impossibile.

L'opinione pubblica è, in politica estera come in ogni altro campo, male informata, sentimentale, spesso irragionevole. Se si migliora la qualità del discorso pubblico su questi temi, probabilmente si migliora anche il processo decisionale. Ovviamente un'opinione pubblica razionale non è nell'interesse dei governanti, e quindi Bunbury mi consiglia di non perder tempo con la fantascienza.

Questa voce è stata pubblicata in libertarismo, politica internazionale. Contrassegna il permalink.

5 risposte a War Ensemble

  1. geleselibero ha detto:

    ecco, un altro chiacchierone fumoso di cui avevamo tanto il bisogno.

    Io sostengo solo una cosa, in poche righe. Gheddafi deve dar conto al proprio popolo. E nessuno mi ha ancora dimostrato che la Libia è contro Gheddafi.
    E se a me Gheddafi piace o meno è un dettaglio inutile.
    Umanitara è la missione che sospende le bombe e porta il dialogo e sostegno alla popolazione colpita. Tutto il resto è mangime per giornalisti senza cervello!
     

  2. Varanasy30 ha detto:

    In quale lista ti presenti alle elezioni?

  3. geleselibero ha detto:

    gli IRRESPONSABILI!

  4. Varanasy30 ha detto:

    lo chiedevo al padrone di casa, non so se si era capito

  5. Libertarian ha detto:

    #1: sto parlando di teorie politiche, non del caso specifico della Libia. se avessi voluto parlare della Libia, avrei citato degli articoli specialistici letti per capire la situazione reale. non mi sarei limitato a fare prediche inutili.

    #2: secondo te? vediamo un po', public choice, libertarismo, liberalismo… la somma delle tre cose dovrebbe portare all'astensione, e infatti… lo politica la considero un gioco per illusi e sempliciotti.

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