La filosofia politica tra apologia e teoria

Ci sono due modi di intendere la filosofia politica.

C’è la filosofia politica basata su considerazioni di teoria sociale, che parte dallo spiegare come funziona la società e poi ne deriva conseguenze sulla nozione di giustizia. Il lato normativo è solidamente basato su quello positivo, non perché il primo derivi dal secondo (non è possibile derivare valori dai fatti) ma perché le interrelazioni tra i due mondi sono considerate parte integrante della filosofia.

Nel pensiero liberale ciò è lo standard: Adam Smith, David Hume, James Madison, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek. Nel mondo non liberale non conosco esempi di filosofi politici che hanno interpretato la loro missione in questo modo, a parte Karl Marx.

C’è poi la filosofia politica basata sull’apologetica ideologica, che parte dall’analizzare ciò che l’autore ritiene giusto e qui si ferma, non interessandosi a confrontare le considerazioni normative e come realmente funziona la società.

Nel mondo liberale gli esempi più noti sono John Locke, Robert Nozick e Murray Rothbard. Al di fuori del liberalismo si trova invece in questa categoria tutto il pensiero liberal: Amartya Sen, John Rawls, Roland Dworkin, Jurgen Habermas.

Non è una questione di validità o di onestà intellettuale: si può basare una filosofia politica su teorie sbagliate, e si può ammantare un’ideologia di premesse teoriche per farla sembrare più “scientifica” e quindi più efficace nel dibattito politico. Però la mentalità sottostante al primo modo di fare filosofia politica è che il carro dei valori è trainato dai buoi dei fatti.

Intendiamoci: una teoria della giustizia è necessaria, tutti ci chiediamo e dobbiamo chiederci ciò che è giusto, e non è possibile limitarsi all’aspetto positivo e descrittivo della società. Però parlare solo di giustizia senza considerare come funziona realmente il mondo vuol dire fare appello alle emozioni e non alla ragione. Significa concentrare l’attenzione su ciò su cui non è possibile un dibattito razionale (i valori), e slegare la riflessione normativa dalla necessità di rapportarsi con la realtà. Quello che rimane assomiglia un po’ troppo ad un sermone.

Un risultato è che il realismo è passato di moda: liberali o meno, scientificamente credibili o meno, pensatori come Vilfredo Pareto e Karl Marx hanno avuto una visione realista, polemologica, tragica della realtà, che nei pensatori contemporanei sembra completamente svanita.

Non deve neanche stupire dunque se questo modo di procedere si sia diffuso anche in ambito liberale: è possibile leggere i classici del pensiero liberale ed imparare moltissime cose su come funziona il mondo reale, ma è pressoché impossibile ottenere lo stesso risultato leggendo “Il secondo trattato sul governo”, “Anarchia, stato, utopia”, “L’etica della libertà”.

Non deve purtroppo stupire, nella nostra epoca di superficialità filosofica che la visione apologetica della filosofia politica abbia trionfato. C’è da chiedersi però se l’apologetica politica possa veramente essere considerata pensiero politico. Un tempo Hume era la regola e Locke l’eccezione, oggi Rawls è la regola e Barnett l’eccezione. Il pensiero politico è diventato un’apologia ideologica, un mucchio di chiacchiere sulla giustizia che non tiene conto dei problemi “della conoscenza, dell’interesse e del potere” (Barnett) su cui si dovrebbe invece basare l’analisi delle istituzioni. La cultura è diventata uno strumento di lotta politica: e in politica l’efficacia conta più della validità. Ma non è questo il terreno di coltura ideale per la cultura.

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2 risposte a La filosofia politica tra apologia e teoria

  1. libertyfirst1 ha detto:

    Ma chi è Roland Dworkin, l’inventore delle tastiere?

  2. Pingback: Istituzioni robuste | ventinovesettembre

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