Il giusnaturalismo: verso una versione difendibile?

[Che non mi piaccia il giusnaturalismo l’ho scritto diverse volte in passato. E quindi non posso concordare con quanto segue, che è la seconda parte della lezione tenuta a Siena dal mio amico PM.

Con questo articolo termina la parte introduttiva, e dopo si parla esplicitamente di Barnett e Pennington.

PDG]

Barnett parla di giusnaturalismo, e questo tema è molto diffuso nella letteratura libertarian.

Il giusnaturalismo di Barnett è però molto diverso da quello di Rothbard, ed è molto più difendibile sul piano filosofico, oltre che più adeguato per capire il sistema giuridico del mondo reale.

Giusnaturalismo categorico e giusnaturalismo ipotetico

Una teoria della giustizia cerca di risolvere un problema fondamentale, ma la soluzione richiede di partire da valori di giustizia perché non esistono giudizi di valore fondati in sé: un circolo logico.

Quindi non ha senso chiedersi cosa è giusto in senso assoluto: passiamo dunque alle proposizioni ipotetiche della forma “se vuoi A, allora devi fare B”.

Questa proposizione è composta di due pezzi: le finalità della giustizia, che sono i giudizi di valore presupposti dall’analisi (la premessa A), e i vincoli oggettivi che la logica, le scienze sociali o la realtà empirica impongono alle teorie dalla giustizia (la struttura “se… allora”).

Le tre proposizioni seguenti sono logicamente, scientificamente o fattualmente impossibili: “Tutti gli uomini devono essere liberi di scegliere e devono arrivare agli stessi risultati”, “L’economia deve essere efficiente per produrre la maggiore quantità di ricchezza possibile, e deve essere pianificata dall’alto per poter essere controllata democraticamente”, “Tutti gli esseri umani devono vivere in Sardegna e avere un kilometro quadro di spazio a testa”.

È possibile un giusnaturalismo ipotetico: date le finalità assunte della giustizia (che non sono in un senso razionalmente fondato “naturali”), è possibile analizzare logicamente tali finalità, confrontarle con la realtà, e verificarle in base alle nostre conoscenze scientifiche.

Un giusnaturalismo puramente ipotetico, che non commette la fallacia giusnaturalistica, può, aiutato dalle conoscenze scientifiche e fattuali di cui disponiamo, eliminare determinate teorie della giustizia in quanto praticamente impossibili.

Logicamente parlando, la proposizione “Se voglio A devo fare B” è un giudizio di fatto, anche se la premessa, volere A, è un giudizio di valore. Il giusnaturalismo ipotetico è potenzialmente una teoria scientifica, salvo per il contenuto delle premesse. Le premesse indicano lo scopo che si vuole perseguire (“a cosa serve la giustizia?”), le proposizioni ipotetiche rappresentano lo “studio di fattibilità” che possiamo fare delle finalità della giustizia che abbiamo scelto.

Giusnaturalismo chiuso o aperto

Un’altra questione fondamentale trattata da Barnett è se il giusnaturalismo è da intendersi chiuso o aperto.
I sistemi chiusi sono tipici del razionalismo classico: “tutto dalle premesse, niente al di fuori delle premesse, niente contro le premesse” (parafrasando la definizione mussoliniana di totalitarismo). In un sistema logico chiuso ogni cosa viene derivata dai principi primi e non c’è spazio per alcun grado di libertà.

Un giusnaturalismo chiuso deriva ogni dettaglio del funzionamento di un sistema giuridico dalle premesse logiche su cui fonda il giusnaturalismo: l’esempio più noto, anzi per quanto ne so l’unico esempio noto, di giusnaturalismo chiuso è Rothbard.

Il giusnaturalismo di Barnett è aperto. Date le finalità della giustizia è possibile dimostrare ad esempio che la retroattività delle leggi è dannosa. Da qui a determinare quanta retroattività dobbiamo avere, se dobbiamo averne, in che condizioni, quando, e come, ce ne vuole: un giusnaturalismo aperto indica la strada, ma non ogni singolo passo da seguire, vincola il diritto (non tutti i sistemi giuridici sono equivalenti dal punto di vista delle finalità della giustizia che si assumono), ma non lo determina (lasciando agli operatori giuridici il solo ruolo del passacarte).

Morale e giustizia

Che differenza c’è tra morale e giustizia, tra etica e diritto? Tutto ciò che abbiamo detto finora non distingue tra le due cose, perché morale e giustizia sono entrambi giudizi di valore.

Secondo Barnett, la giustizia è l’insieme dei diritti che si ha il diritto di far rispettare tramite l’uso della forza (“enforceable”), o la minaccia del suo uso. Questa distinzione non è oggettiva: c’è chi ritiene che la fedeltà sia un diritto, e dunque l’adulterio sia punibile, e chi lo ritiene al più un problema morale, slegato da considerazioni giuridiche.

La distinzione tra morale e giustizia è dunque variabile nel tempo a seconda della sensibilità delle persone che vivono in una società. Dato che la giustizia è coercizione, una riduzione dell’ambito della giustizia è a priori preferibile, se si considera la coercizione un male.

A cosa serve la giustizia?

[A questa domanda risponderemo in dettaglio in una serie successiva legata alla recente lezione di PM a Catanzaro NdLF]

Se logicamente un giusnaturalismo ipotetico deve presupporre una finalità da conseguire, c’è da chiedersi quale sia la finalità della giustizia secondo Barnett (o il liberalismo in generale).

La risposta è semplice: la giustizia non serve a perseguire alcun fine particolare, ma a mettere le persone in condizioni di poter perseguire i propri fini senza pestarsi troppo i piedi a vicenda: la giustizia liberale definisce i mezzi che si possono impiegare per perseguire i propri fini, e non definisce invece una finalità collettiva.

In altri termini, la coercizione liberale è legittima soltanto per difendere i mezzi di cui ognuno dispone per perseguire i propri fini.

PM

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