I tre problemi fondamentali dell’analisi istituzionale (2/3)

[Continuo a pubblicare la lezione di Siena di PM su Barnett.

PDG]

Il problema dell’interesse

A differenza del problema della conoscenza, che nell’economia neoclassica standard gioca un ruolo secondario, il problema dell’interesse è al centro dell’analisi economica standard.

Il problema della parzialità è che bisogna permettere alle persone di perseguire i propri interessi (non necessariamente “egoistici”) e fare in modo che tengano conto almeno in parte dell’interesse altrui.

Il pluralismo sociale e la natura privata (pluralistica) della proprietà consentono di compartimentalizzare l’effetto dei giudizi individuali, limitando il loro effetto il più possibile alle proprietà (la “giurisdizione”) dell’individuo in questione. Io posso fare il mio interesse, dunque, ma soltanto a mie spese: non posso fare il mio interesse imponendo costi ad altri.

In politica ciò non è vero: essendo la politica una scelta collettiva, chi giunge ad influenzare la politica acquisisce il potere di spostare costi su terzi. Un caso in cui ciò non vale neanche sul mercato è il caso delle esternalità (di fatto, la politica può essere vista come un’esternalizzazione continua di costi e benefici), perché la proprietà non riesce a compartimentalizzare perfettamente costi e benefici, che diventano esterni, cioè influenzano altre “giurisdizioni”.

Anche la volontarietà dei trasferimenti è fondamentale: chiunque voglia qualcosa deve fare in modo di avvantaggiare anche tutti quelli che possono servirgli proponendo scambi mutuamente vantaggiosi. Non è possibile la stessa cosa quando c’è di mezzo la coercizione: le tasse non si pagano perché servono a qualcosa, almeno non necessariamente. Le tasse sono obbligatorie: che siano anche il corrispettivo per qualcosa è soltanto una possibilità, che non è giudicata dal singolo contribuente, a differenza del singolo consumatore, ma dal corpus degli elettori (compresi i beneficiari delle tasse da lui pagate). Inevitabile che ciò comporti rischi di sfruttamento.

Sul piano politico lo strumento liberale per eccellenza per ridurre il problema della parzialità sono la divisione dei poteri, i meccanismi di “checks and balances”, e il federalismo.

Un meccanismo fondamentale per mitigare la parzialità è trasformare le interazioni “one shot” in interazioni ripetute. Le persone normali hanno a che fare con la giustizia pochissime volte nella loro vita. Il loro interesse quando si trovano in questa situazione è di essere le più parziali possibili. Però devono rivolgersi ad un avvocato, e l’avvocato oltre al cliente attuale avrà verosimilmente molti altri clienti in futuro, e dunque ha interessi a mitigare la parzialità del cliente in vista della sua reputazione futura: mentre il cliente dimentica facilmente che la giustizia ha necessità che vanno oltre il suo caso, l’avvocato passerà tutta la vita nel sistema della giustizia anche dopo che avrà chiuso col suo attuale cliente.

Il “paradosso del prigioniero one shot” è un problema risolvibile soltanto se gli agenti sono “altamente morali” (se li trovate in tribunale verosimilmente l’ipotesi non vale), mentre il “paradosso del prigioniero ripetuto” ammette soluzioni più semplici e robuste perché diventa nell’interesse dei giocatori giocare “bene”, e non serve più quindi essere “altamente morali”. “The evolution of cooperation” di Robert Axelrod è un must a riguardo.

Esiste poi il problema degli incentivi: incentivare le persone ad usare le loro informazioni e ad agire di conseguenza.

Il diritto di proprietà genera automaticamente incentivi, oltre che risolvere il problema della conoscenza. Tranne nel caso delle esternalità, dove costi e benefici diventano esterni.
L’analisi coasiana delle esternalità ha dimostrato che sono un problema contrattuale: se è possibile internalizzare un’esternalità il problema è risolto, e se l’internalizzazione costa esiste un livello ottimo (mai calcolabile se non si è onniscienti come molti economisti credono di essere) di esternalità non corrette.

L’ordine giuridico deve in qualche modo tenere conto delle esternalità. Il modo migliore – ma vale solo per le esternalità negative – è spesso considerarle un torto: se il mio vicino rovina il mio campo, è compito della giustizia fare in modo che venga risarcito, e questo equivale a risolvere il problema del costo esterno. Questa visione è vecchia come il cucco: sebbene “The problem of social cost” di Ronald Coase sia del 1960, già nel 1949 Mises diceva che le proposizioni dell’economia standard valgono per i diritti di proprietà “ideali” e non per quelli “legali” effettivamente esistenti che possono non internalizzare adeguatamente le esternalità. Internalizzarle era compito del sistema giuridico: con Coase si è capito cosa ciò significasse.

Esistono anche le esternalità positive: devono esistere dunque meccanismi legali per permettere di sfruttare i benefici potenziali della cooperazione anche quando ci sono beni pubblici. Ad esempio, una soluzione sono i contratti: è possibile che un beneficio sia esterno per la singola persona, ma non per un gruppo di persone che ha dunque incentivi a legarsi contrattualmente per sfruttare i benefici potenziali. Ovviamente ciò comporta dei costi di transazione, che in alcuni casi possono essere eccessivi.

Data l’importanza delle organizzazioni create dalle persone per trattare le esternalità, le organizzazioni del mercato rese possibili dalla libertà di contratto consentono di internalizzare molte esternalità. Un esempio fatto da Barnett sono gli “assurance contract”: un gruppo di persone si impegna a contribuire alla produzione di un bene pubblico se e soltanto se si arriva ad una quantità sufficiente di risorse per produrre il bene in questione.

L’ultimo problema di interesse è i problema di allineare gli interessi delle persone con ciò che è giusto fare, cioè il problema del rispetto della legge (compliance, in inglese). Dove ci sono forti incentivi a violare la legge l’ordine giuridico sarà sempre precario, perché anche se la maggioranza è onesta chi viola la legge ne trarrà sempre vantaggio.

Gran parte dei conflitti tra giustizia e interesse riguardano il breve termine: nel lungo termine è conveniente a tutti che l’ordine giuridico liberale stia in piedi (“anche i ladri hanno proprietà da difendere”). Le teorie della cooperazione seguono la teoria di Mises quando dimostrano che agenti ad alta preferenza temporale (“il futuro non conta”) tendono a cooperare meno degli altri.

Questo non è vero per tutti gli ordini giuridici: non esiste alcun interesse di lungo termine comune a giustificare la maggior parte delle scelte politiche, ad esempio, dato che la spesa e i privilegi servono ad avvantaggiare di norma piccoli gruppi organizzati. Però ricordate: la concezione liberale della giustizia non ha nulla a che fare con la giustizia come la intendiamo oggi. Il test di giustizia sta anche nella sua universalità: una legge che beneficia un gruppo non è giustizia, o solo potere legislativo abusato. Questi abusi sono oggi la norma.

PM

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...