I tre problemi fondamentali dell’analisi istituzionale (3/3)

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Il problema del potere

Il potere e la coercizione sono temi quasi del tutto assenti dalla teorizzazione politica contemporanea. Il pensiero politico non è sempre stato così naive, ma oggi è facile leggere interi libri di politica senza sentire parlare di questi temi: la teoria della democrazia come dialogo, della democrazia deliberativa, della partecipazione, etc, sono tutte teorie in cui l’elemento coattivo è stato rimosso dalla concettualizzazione della politica. Parrebbe quasi una neolingua orwelliana: se non puoi parlarne, non esiste.

Il problema del potere però gioca un ruolo fondamentale nel pensiero liberale: secondo alcuni, e qui rimando all’ottimo “Il potere, lo stato, la libertà” di Angelo Panebianco, è stato la principale preoccupazione dei liberali, ed è stato trattato in diversi modi dai vari liberali.

Il primo problema del potere sono gli errori di applicazione del diritto. Dato che il diritto, anche quello “buono” come “non uccidere”, implica l’uso della coercizione, il problema fondamentale è quando ci vanno di mezzo gli innocenti.

Tutto ciò che aumenta il costo del crimine ex ante aumenta il costo degli errori ex post. C’è dunque un trade-off tra sicurezza dal crimine e sicurezza dal sistema giuridico: le persone oneste dovrebbero temere entrambe le cose. Le procedure giuridiche “garantiste” servono a minimizzare il secondo problema.

Si potrebbe pensare di risolvere un problema di ottimizzazione: entità della punizione, probabilità di essere puniti, effetto deterrenza che ne risulta. Il problema reale è molto più complesso: le garanzie processuali, gli errori giudiziari, le valutazioni soggettive degli imputati interagiscono tra loro. Ad un aumento della punizione non corrisponde solo un aumento della deterrenza verso i criminali: corrisponde un aumento dei costi verso gli innocenti ingiustamente condannati, ma anche un maggiore “onere della prova” che allunga i processi (e che è necessario proprio per evitare eccessivi costi dovuti agli errori), e la probabilità che i giudici pur di evitare punizioni eccessive lascino liberi piccoli delinquenti magari senza precedenti. Come tutti i problemi complessi, non si può risolvere con poche formule ideologiche, e come tutti i problemi non riducibili a pochi slogan, non è un problema adeguato per il dibattito politico.

Esistono vari tipi di sistemi penali: i sistemi basati sul risarcimento si limitano a risanare il danno compensando la vittima. In alcuni sistemi medievali anche l’omicidio era ricompensato così, tramite il “Wergeld”. Successivamente i sistemi penali si sono evoluti con i risarcimenti punitivi, che puniscono più di quanto serve per ricompensare la vittima, e infine con i sistemi di punizione pura, dove la vittima non gioca alcun ruolo, non è risarcita del danno, e se non collabora magari viene pure processata. Questi sono i sistemi odierni. Il costo degli errori è maggiore nei sistemi punitivi, come anche l’effetto deterrente.

Il potere non dà solo problemi quando ci sono errori: chi ha potere in un modo o nell’altro può cercare di usarlo male, per i propri interessi, per gli interessi di amici o parenti, per gli interessi del partito o dell’organizzazione politica (sindacato, ordine, camera di commercio…).

Un trucco efficace per limitare il rischio di abuso di potere è limitarlo. Ciò che il potere non può fare non può neanche fare male. La nostra epoca sopravvaluta ciò che la coercizione può realizzare, tant’è che il 50% della produzione viene movimentato tramite prelievi coattivi (tassazione) e il rimanente 50% viene pesantemente regolamentato, con la scusa di risolvere chissà quali problemi sociali che poi però rimangono sempre lì irrisolti, se non aggravati.

Questo massimizza il rischio di abuso di potere, perché concentra nelle mani della politica un potere sterminato, che nessun sovrano, neanche assoluto, ha mai avuto in passato.

Esistono concetti pericolosi da questo punto di vista: uno è quello di “bene comune”, perché nessuno sa cos’è. Mentre una dottrina del potere limitato come quella dei “poteri enumerati”, tipica della Costituzione americana originale, dice cosa il potere può fare, il “bene comune” è un concetto fondamentalmente indeterminato il cui contenuto è fissato dalla volontà di chi è chiamato ad amministrarlo. Se avete una cassaforte, è come lasciarci le chiavi attaccate.

Lo stesso discorso vale per i diritti: i diritti liberali sono pochi e negativi, non richiedono nessun’azione da parte degli altri ed è relativamente facile enumerarli. I diritti welfaristi sono obblighi nei confronti di altre persone (spesso non si sa chi, di norma è il contribuente) e non sono in numero finito: sono limitati solo dalla fantasia di chi ha interesse a proporne di nuovi, magari per avvantaggiarsi del contribuente.

Il pensiero politico contemporaneo è caratterizzato dal “principio del potere unitario”, come lo chiama Barnett: ci deve essere qualcuno che comanda. Nel pensiero contemporaneo la natura assoluta e concentrata del potere non è mai messa in discussione: accomuna Hans Kelsen e Carl Schmitt, ad esempio, e sta verosimilmente alla base del pensiero politico sin dall’elaborazione del concetto di sovranità. Il principio consiste nell’asserire che il “potere” ha un monopolio territoriale dell’uso della coercizione (definizione di Max Weber dello stato), e dedurne tutta una serie di conseguenze sull’onnipotenza di tale potere.

Il problema è che il “potere unitario” è il più prono a problemi di abuso di potere. Per questo motivo esistono appunto tecniche costituzionali, sia quelle classiche come i checks and balances, la divisione dei poteri, il federalismo, etc, sia idee più moderne come la trasparenza, i “freedom of information”, le procedure burocratiche.

Il problema del “potere unitario” ha diversi aspetti. C’è il problema di selezione: chi deve detenere il potere? Il problema della cattura: come evitare che chi ha finalità particolaristiche arrivi al potere? Il problema della corruzione: come evitare che chi ha finalità particolaristiche cerchi di influenzare chi ha potere? Il problema della legittimità: gli uomini tendono a considerare naturale il potere e ad abituarsi ad obbedire.

Questi problemi non possono essere risolti concettualmente all’interno del sistema concettuale: se ci vuole un potere per limitare i problemi del potere (sociale), il potere supremo non può essere controllato. Di fatto, quello che serve è massimizzare il pluralismo del potere, e dunque abbandonare il modello centralista del potere e arrivare ad una visione multi-centrica. Se non è la gerarchia verticale a risolvere i problemi della gerarchia, deve essere un policentrismo orizzontale a ridurre i problemi dell’abuso di potere.

Un meccanismo fondamentale per garantire che la politica non usi il potere per fare giochi a somma negativa che danneggiano molti per avvantaggiare pochi è la strategia di “exit”: se chi perde può lasciare il tavolo da gioco, chi vince non può approfittare della sua debolezza. Se si è liberi di uscire dal gioco, rimangono soltanto i giochi a somma positiva: i giochi di parassitismo diventano impossibili perché le vittime fuggono e lasciano il “banco” vuoto.

La libera emigrazione e il diritto di secessione sono dunque diritti fondamentali per minimizzare il rischio dell’abuso del potere. E la concorrenza istituzionale, ottenuta tramite il federalismo, consente di minimizzare i costi dell’exit.

Il sistema centralista ha il difetto opposto del modello liberale: mentre ci possono essere giochi a somma positiva che sul mercato non vengono giocati per problemi di beni pubblici, in politica abbiamo troppi giochi a somma negativa che vengono giocati perché le vittime non possono scappare, essendo i costi imposti loro tramite la coercizione. Un uso eccessivo dell’exit può di fatto risolvere il problema dei “mali pubblici” ma ricreando problemi di “beni pubblici”: al limite il diritto di secessione potrebbe ad esempio dividere l’Italia in sessanta milioni di sovrani.

Ad oggi il problema politico fondamentale è il parassitismo dei pochi a danno dei molti (la “casta”) e il parassitismo di tutti a danno di tutti (“la tragedia dei beni comuni”): entrambi i problemi possono essere ridotti solo riducendo l’ambito del potere politico. I mali pubblici creati dalla politica sono il principale nemico della nostra libertà e della nostra prosperità

PM

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