Istituzioni robuste

[Circa un mese fa un mio amico è stato invitato a tenere una lezione per il corso Specialistico di filosofia dell’Università di Siena. Dai suoi appunti ho tirato fuori una serie di post. L’argomento era quello del titolo. Questo post è introduttivo: ce ne saranno un’altra mezza dozzina sui contenuti dei due libri di cui si è parlato a Siena.]

PDG

Istituzioni robuste: “The structure of liberty” di Randy Barnett e “Robust political economy” di Mark Pennington

“The structure of liberty” di Randy Barnett è un libro del 1998 che cerca di fondare una teoria della giustizia e di descrivere un sistema giuridico liberale. Giustizia ed istituzioni, e dunque etica ed economia, sono dunque per l’autore temi strettamente collegati.

Questo non è frequente in filosofia politica. Di norma le teorie della giustizia sono costrutti astratti senza contatto con la realtà [come scrivo anch’io qui NdLF], che cercano di derivare in maniera il più possibile razionale determinati principi di giustizia. Tutto questo senza però chiedersi se l’ideale di giustizia difeso sia implementabile, e come interagisca con la realtà istituzionale.

Esempi di teorie della giustizia slegate dalla realtà sono frequenti: Locke, Rothbard, Rawls, Nozick sono gli esempi più noti. Queste teorie si limitano a dire ciò che l’autore ritiene giusto.

Esistono anche pensatori che hanno preceduto Barnett nell’incrociare i requisiti astratti della giustizia con i requisiti concreti della realizzabilità storica delle idee di giustizia. In questo ambito abbiamo ad esempio Hume, Hayek, e più di recente (2010) “Robust political economy” di Mark Pennington, di cui parleremo.

Necessità e impossibilità della teoria della giustizia

Il noto problema della dicotomia tra giudizi di fatto e giudizi di valore sembra rendere impossibile una teoria della giustizia. E a rigore è vero: è possibile dimostare che due più due fa quattro, che un sasso lanciato in aria sotto una certa velocità prima o poi cade a terra, ma non è possibile dimostrare che “non uccidere” è giusto o sbagliato.

Non bisogna eccedere col razionalismo, però: la teoria della giustizia è non solo impossibile, ma anche necessaria. Non possiamo fare a meno della giustizia: ogni volta che incontriamo una persona agiamo sottintendendo una (soggettiva) teoria della giustizia. Riterremmo ad esempio ingiusto se la persona che incontriamo provasse a rubarci il portafoglio. Di fronte ad un caso criminale dobbiamo prendere una decisione: o con la vittima o con il carnefice, o magari neutrali.

La giustizia è dunque un problema che spunta fuori ogni volta che interagiamo con gli altri, e differenti teorie della giustizia possono fare la differenza tra la vita e la morte, tra la sicurezza e la tortura, tra la libertà e la schiavitù, tra la prosperità e la miseria.

Abbiamo detto che la teoria della giustizia è impossibile. Poi abbiamo detto che è necessaria. Non c’è alcuna contraddizione tra queste due proposizioni: basta accettare l’idea che esistano problemi che sono al contempo rilevanti e razionalmente insolubili.

Un problema è razionalmente irrisolvibile? Che importa? Gli uomini non hanno smesso di imparare dall’esperienza da quando Hume ha scoperto che l’induzione è logicamente infondata. Idem per la giustizia: non esiste una soluzione razionale? Non possiamo fare a meno di una a-razionale, allora.

L’impossibilità di una teoria della giustizia è solo una faccenda di logica: non troviamo una guida certa per le faccende di giustizia nella nostra ragione. Questo non significa che l’etica o la giustizia siano del tutto arbitrarie (convenzionalismo) o che rappresentino metafisiche prive di senso (positivismo logico: si ricordi la critica di Popper alla confusione positivista tra indimostrabilità e insignificanza). Significa soltanto che non possiamo programmare un computer per risolvere i nostri problemi morali. Non possiamo appaltare la nostra coscienza ad un algoritmo: dobbiamo scegliere senza una guida certa.

Se il problema della giustizia è razionalmente insolubile, cosa tiene assieme la società? Barnett sostiene che l’ordine giuridico è frutto del consenso su determinate regole. Dove “non uccidere” non è considerato un principio vincolante dalla maggioranza della popolazione, la norma che vieta l’omicidio non è efficace: un ordine sociale funzionante è dunque caratterizzato da un consenso su cosa costituisce un uso legittimo della coercizione.

Da cosa viene questo accordo? L’analisi più profonda a riguardo rimane probabilmente quella di Hume, Smith, Mises, Hayek: la cooperazione sociale è benefica per tutte le parti in causa. La possibilità di cooperare pacificamente con gli altri apre la strada alla crescita economica, la divisione del lavoro, l’accumulazione di capitale fisico e umano, la specializzazione, e tutto ciò che permette a sette miliardi di esseri umani di vivere sullo stesso pianeta senza rubarsi il pane a vicenda. E i benefici della cooperazione incentivano le persone a sviluppare regole di comportamento e teorie della giustizia che consentono di estrarre tali benefici, consentendo la coesistenza pacifica delle persone.

Tutto questo senza (poter) risolvere il problema della dicotomia fatti/valori. Gran bel risultato no?

PM

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