Le tasse in Italia: pay / pay the price / pay ‘for nothing’s fair!

In quella sorta di inferno fiscale che è l’Italia, dove lo spreco dei soldi del contribuente è la norma è la lotta all’evasione la foglia di fico che copre l’impudicizia della corruzione e dell’irresponsabilità pubbliche, si sente a volte che la pressione fiscale in Italia è elevata, ma non è da record.

Beh, è falso.

La pressione fiscale in Italia, su imprese e lavoratori, è una delle peggiori del mondo, e quella sui consumi è relativamente contenuta soprattutto grazie all’IVA agevolata sui generi di prima necessità. E questo prima di considerare gli aumenti decisi da Berlusconi e da Monti nell’ultimo anno.

L’IBL ha pubblicato un paper a riguardo: Le tasse in Italia e in Europa: un confronto.

Pubblicato in economia - articoli, politica interna, unione europea | Lascia un commento

Politica economica robusta

[PDG: ora si parla di Pennington]

Veniamo ora al concetto di “politica economica robusta” analizzato nell’omonimo libro di Pennington. Se una soluzione funziona quando gli uomini sono onniscienti e infinitamente buoni, non è detto che funzioni in condizioni realistiche. Ma diverse istituzioni possono reagire in maniera diversa al rilassamento delle ipotesi morali e intellettuali sul comportamento degli agenti: un sistema si dice robusto se continua a funzionare relativamente bene anche quando le persone sono stupide, ignoranti ed egoiste. Solo un sistema di questo tipo può funzionare nel mondo reale.

Budget morale e intellettuale

Supporre che tutti gli uomini siano onniscienti, infinitamente intelligenti e infinitamente buoni equivale a dire che la dotazione individuale di informazione, razionalità ed eticità non è scarsa. Immaginate un mondo popolato da angeli, e avrete un’immagine di queste ipotesi.

Gran parte della teoria economica assume che informazione e razionalità non siano scarse: gli uomini sono onniscienti e infinitamente intelligenti. Gran parte della teoria economica assume che il decisore pubblico oltre ad essere onnisciente ed infinitamente intelligente (se fosse solo questo non ci sarebbe bisogno dello stato!) è anche infinitamente buono (il “dittatore sociale benevolo”), risolvendo dunque i problemi di fallimento di mercato generati dall’egoismo individuale.

La nozione di budget di razionalità, informazione ed eticità è importante per capire cosa è la politica economica robusta: come si evince da quanto appena detto, non è il tema di discussione più di moda in teoria economica, dove il problema è considerato risolto a priori, o per evitare eufemismi, è trascurato.

Cosa accade se il budget si restringe?

Gli esseri umani reali hanno un budget di razionalità, informazione ed eticità: sanno elaborare le informazioni ma non sono perfettamente razionali, conoscono alcune informazioni ma non sono onniscienti e hanno una qualche idea di cosa è giusto ma non sempre la mettono in pratica.

Immaginiamo di vivere in un mondo di angeli, che ovviamente non ha alcun problema di nessun tipo, e noi, che come fanno gli economisti guardiamo il mondo dalla posizione di Dio, cominciamo a ridurre la quantità di informazione, razionalità ed eticità del mondo che stiamo osservando.

Ci sono due possibilità: o il sistema è fragile e dunque minime quantità di irrazionalità, ignoranza e immoralità distruggono l’intero sistema, oppure è robusto, e dunque è in grado di tollerare limitazioni della razionalità, dell’informazione e della moralità degli agenti.

Un sistema infinitamente robusto dovrebbe dare lo stesso identico risultato se al posto degli angeli sostituiamo diavoli ritardati. Ma è inutile andare da un estremo all’altro: quello che conta dal punto di vista del realismo è che risultato possiamo sperare di ottenere una volta diminuita la quantità di “angelicità” degli esseri umani a livelli ragionevoli.

Il sistema economico sovietico funzionerebbe se amministrato da angeli: non ha mai funzionato in mano agli uomini. Il mercato funziona se amministrato da angeli: la gran cosa è che funziona anche se amministrato da uomini. In linea di massima il liberalismo è più robusto delle sue alternative: se consideriamo le persone angeli possiamo anche dare tutto il potere a Hitler o Stalin, ma se non siamo naif facciamo in modo che le persone cattive, stupide o ignoranti non facciano troppo danni: economizziamo cioè su razionalità, informazione e moralità.

Smith: non è dalla benevolenza del fornaio che otteniamo il pane. Il mercato funziona anche senza persone generose, perché la cooperazione sociale conviene.

Mises: il mercato è un meccanismo di divisione del lavoro intellettuale. Il mercato funziona anche se le persone sono limitatamente razionali, perché i prezzi riducono la complessità delle scelte.

Hayek: la concorrenza è un meccanismo per creare informazione. Il mercato funziona anche se le persone sono ignoranti, perché i prezzi comunicano informazioni.

Quanto robusta è la democrazia? Se la democrazia fosse la caricatura proceduralistica del “tutto ciò che decide la maggioranza è legittimo” lo sarebbe molto poco. Non funzionerebbe affatto meglio dell’Unione Sovietica, per intenderci: sarebbe un’Unione Sovietica con elezione del Politburo.

Le democrazie reali quando sono robuste? Un po’, soprattutto grazie alle limitazioni del potere, ma meno delle società liberali: l’interventismo economico delle “economie miste” odierne può produrre più problemi strutturali persistenti di un mercato libero.

Disoccupazione di massa, inflazione strutturale, crisi finanziarie, debiti pubblici insostenibili, stagnazione economica sono esempi purtroppo ben noti di interventi pubblici che vanno sistematicamente male.

Ciò che rende robusta la democrazia è l’esistenza di residui liberali nel suo ordinamento legale ed economico, e questi residui sono in qualche modo messi in pericolo dalle dinamiche stesse della politica democratica, e vanno difesi anche da quest’ultima.

Il liberalismo è veramente robusto?

Il liberalismo è robusto se è in grado di far sfruttare alle persone i benefici della cooperazione e impedire i benefici della predazione. Questo richiede un ordine giuridico (e ci sono evidenze che la società può generare endogenamente regole e convenzioni), e richiede la capacità di difendersi dalle minacce esterne ed interne.

Le esternalità positive sono casi in cui una società decentrata basata su scelte individuali può fallire nell’estrarre i benefici della cooperazione. E le esternalità negative possono dare risultati simili ai benefici della predazione (io guadagno dallo sporcarti il giardino). Questi problemi sono spesso minori sotto il liberalismo: i contratti posso internalizzare le esternalità positive e le corti possono punire quelle negative.

Ma cosa succede se alcuni beni fondamentali per preservare l’ordine fossero beni pubblici non internalizzabili? L’ordine liberale avrebbe bisogno di un appiglio esterno per garantire l’ordine. Lo “stato minimo” dei liberali classici, ad esempio. Ma allora nascerebbe il problema del controllo del potere, a cui il liberalismo “pubblico”, come il costituzionalismo liberale, ha cercato – l’esperienza storica ha dimostrato con scarso successo – di trovare soluzioni.

PM

Pubblicato in liberalismo, teoria politica | Lascia un commento

Common law, rule of law, e la concezione liberale della giustizia

[Si conclude qui la parte su Barnett dell’intervento di PM a Siena, seguirà la parte su Pennington.

PDG]

Ora che sono stati visti i meccanismi di base dell’analisi istituzionale di Barnett – chiedersi come affrontare i vari problemi di conoscenza, interesse e potere – passiamo all’applicazione di questi principi

Che rapporto c’è tra giustizia e supremazia del diritto?

La giustizia sono i principi sostanziali del diritto, come la libertà di contratto, che consente di risolvere il primo problema della conoscenza.

La “rule of law”, termine intraducibile in italiano e che molti confondono con “stato di diritto”, è una serie di requisiti procedurali, non solo formali ma anche sostanziali, che consentono di creare la certezza del diritto, cioè risolvere il secondo e il terzo problema della conoscenza.

Il modello “Barnett”

Dai tre problemi fondamentali Barnett desume una serie di principi generali di giustizia e “rule of law”. I principi sono astratti e sottodeterminati e non danno dunque luogo ad un “manuale di diritto civile e penale”. Grazie a questo posso riassumerli in poche righe, copiando il testo:

“La giustizia è il rispetto dei diritti degli individui e delle associazioni.

(1)          Il diritto di proprietà diffusa specifica un diritto di acquisire, possedere, usare e abusare risorse fisiche scarse, comprese i propri corpi. Le risorse possono essere usate in qualunque modo che non interferisce fisicamente con l’uso e il frutto delle risorse di altre persone. Mentre la maggior parte dei diritti di proprietà è liberamente alienabile, il diritto alla propria persona non lo è.

(2)          Il diritto di primo possesso specifica che i diritti di proprietà a risorse non possedute sono acquisiti dall’essere i primi a stabilire il controllo su di esse e dichiarare un diritto.

(3)          Il diritto di libertà contrattuale specifica che il consenso dell’avente diritto è sia necessario (libertà dal contratto) e sufficiente (libertà di contratto) per trasferire diritti di proprietà alienabili – sia durante la propria vita che, attraverso un testamento, dopo la propria morte. Una manifestazione di assenso è di norma necessaria a meno che una parte in qualche modo ha accesso all’intento soggettivo dell’altra.

(4)          Violare i diritti tramite la forza o la frode è ingiusto.

(5)          Il diritto di risarcimento richiede che chi viola i diritti che definiscono la giustizia deve compensare la vittima della violazione del diritto per il danno dell’ingiustizia, e questa compensazione può essere presa con la forza, se necessario. Il principio di proporzionalità stretta limita l’ammontare del risarcimento a ciò che è necessario a compensare pienamente, ma non sovracompensare, la vittima.

(6)          Il diritto di autodifesa permette di usare la forza contro chi minaccia di violare i diritti degli altri. La normale autodifesa è permessa quando la violazione di un diritto è imminente. L’autodifesa estesa è possibile quando una persona ha comunicato, violando in precedenza i diritti o attraverso precedenti condotte dimostrate con un elevato grado di certezza, un pericolo di violare diritti in futuro. L’autodifesa deve essere proporzionale al rischio imposto dal pericolo.”

Modelli accentrati e decentrati di giustizia

Il modello liberale è l’archetipo di modello decentrato: la finalità ultima del sistema è quella del singolo individuo che ne fa parte, ognuno decide per sé e si coordina con gli altri. La logica è quella dello scambio (che sotto forma di pretesa, secondo il giurista italiano Leoni, studioso di Mises e ispiratore di Hayek, è alla base del diritto). Non c’è una gerarchia che detta l’ordine attraverso la sub-ordinazione, ci sono persone che si co-ordinano aggiustando reciprocamente le loro aspettative e i loro piani. L’ordine è endogeno al processo, non è frutto di un banditore o di un dittatore sociale benevolo. Quale finalità comune si persegue? Nessuna. Il bene comune liberale è l’ordine che consente alle persone di vivere pacificamente e beneficiare della cooperazione.

Al contrario, le condizioni accentrate della giustizia richiedono un fine comune, un decisore supremo, un centro di potere assoluto, un sovrano.

Dicotomie quali top-down vs bottom-up, ordine spontaneo vs ordine costruito, istituzioni vs organizzazioni, accentramento vs decentramento, monismo vs pluralismo, coordinazione vs subordinazione sono tutti modi di esprimere lo stesso concetto.

Whither anarchy?

Di fatto il modello di Barnett è per certi aspetti un modello anarchico, nel senso che non c’è un decisore finale delle cause giuridiche e non c’è un monopolista legale dell’uso della forza. Il modello Barnett è costruito sopra il common law americano: le corti sono innumerevoli, e sebbene esista un decisore giuridico di ultima istanza, la Corte Suprema, è troppo piccola per fornire molte sentenze.

Per quanto riguarda un tasto invece più delicato, l’uso della forza, è chiaro che oggi l’enforcement è monopolio della polizia, anche se nel federalismo americano esistono più polizie che si sovrappongono nei compiti.

Basta cambiare due regole per trasformare un sistema come quello americano in un sistema anarchico: le corti giudicanti e le agenzie esecutive si finanziano con le loro attività (vendendo servizi giuridici) e non mediante la tassazione, e nessuna corte ha il diritto di monopolizzare l’attività giudicante (idem per le agenzie). Più che il realismo del meccanismo è sorprendente quanto poco manchi ad un sistema intrinsecamente decentrato come il common law ad essere de facto un sistema anarchico.

Lon Fuller e “The Morality of Law”

Il libro di Lon Fuller, “La moralità del diritto” gioca un ruolo fondamentale nel ragionamento di Barnett. Il motivo è facile da capire: gran parte dell’impalcatura concettuale di Barnett è presa dal libro di Fuller.

Anche per Fuller l’esistenza di un ordine giuridico, ben lungi dall’essere un insieme di comandi del legislatore, implica delle limitazioni sostanziali al processo giuridico, che deve soddisfare determinati requisiti. Un sistema giuridico fallisce se: (1) non produce regole, (2) non pubblicizza le regole, (3) abusa della retroattività, (4) fa regole incomprensibili, (5) fa regole contraddittorie, (6) impone comportamenti impossibili, (7) cambia troppo spesso le regole, (8) non applica le regole che produce.

Un sistema giuridico fallimentare non è in grado di fungere da coordinatore delle scelte individuali e dunque impedisce il formarsi di un ordine sociale. L’Italia sta messa male da tutti gli otto punti.

I diritti come male necessario e la guerra legale di tutti contro tutti

È molto importante la considerazione di Barnett che ogni diritto – positivo o negativo, liberale o welfarista – sia di per sé un “male”, cioè un costo. Il motivo è semplice: un diritto è la legittimazione dell’uso della forza.

Ogni diritto ha dei costi: persone innocenti condannate per errore, persone costrette a fornire servizi con il loro lavoro, persone tenute lontane da certe risorse tramite la forza, etc.

Barnett dunque vede – anche senza distinguere tra diritti liberali e non – nella proliferazione dei diritti un problema: più diritti esistono e più violenza viene legittimata.

Anche il diritto più ovvio, il diritto di non essere uccisi, ha dei costi: gli innocenti condannati per omicidio, le persone uccise per legittima difesa, i contribuenti che pagano la polizia e i tribunali con le tasse, la legittimazione dell’uso della forza, etc.

La distinzione tra diritti liberali e diritti welfaristi in questo caso è importante anche se non centrale, e Barnett non la fa direttamente: la limitatezza dei diritti negativi rende i loro costi relativamente bassi, mentre la natura illimitata delle pretese di diritti positivi può dar luogo ad una proliferazione della legittimazione ad usare la forza: più polizia, più tribunali, più ispettori, più carceri, più multe, più imposte, più burocrati.

A volte i liberali commettono l’errore di non considerare coercitivi i diritti liberali, ma ogni diritto è la legittimazione dell’uso della coercizione. Il diritto è regolamentazione della violenza, ma anche giustificazione della stessa. Non esiste e non può esistere un diritto “pacifista”.

PM

Pubblicato in liberalismo, teoria politica | Lascia un commento

I tre problemi fondamentali dell’analisi istituzionale (3/3)

[Continuo a pubblicare post non miei

PDG]

Il problema del potere

Il potere e la coercizione sono temi quasi del tutto assenti dalla teorizzazione politica contemporanea. Il pensiero politico non è sempre stato così naive, ma oggi è facile leggere interi libri di politica senza sentire parlare di questi temi: la teoria della democrazia come dialogo, della democrazia deliberativa, della partecipazione, etc, sono tutte teorie in cui l’elemento coattivo è stato rimosso dalla concettualizzazione della politica. Parrebbe quasi una neolingua orwelliana: se non puoi parlarne, non esiste.

Il problema del potere però gioca un ruolo fondamentale nel pensiero liberale: secondo alcuni, e qui rimando all’ottimo “Il potere, lo stato, la libertà” di Angelo Panebianco, è stato la principale preoccupazione dei liberali, ed è stato trattato in diversi modi dai vari liberali.

Il primo problema del potere sono gli errori di applicazione del diritto. Dato che il diritto, anche quello “buono” come “non uccidere”, implica l’uso della coercizione, il problema fondamentale è quando ci vanno di mezzo gli innocenti.

Tutto ciò che aumenta il costo del crimine ex ante aumenta il costo degli errori ex post. C’è dunque un trade-off tra sicurezza dal crimine e sicurezza dal sistema giuridico: le persone oneste dovrebbero temere entrambe le cose. Le procedure giuridiche “garantiste” servono a minimizzare il secondo problema.

Si potrebbe pensare di risolvere un problema di ottimizzazione: entità della punizione, probabilità di essere puniti, effetto deterrenza che ne risulta. Il problema reale è molto più complesso: le garanzie processuali, gli errori giudiziari, le valutazioni soggettive degli imputati interagiscono tra loro. Ad un aumento della punizione non corrisponde solo un aumento della deterrenza verso i criminali: corrisponde un aumento dei costi verso gli innocenti ingiustamente condannati, ma anche un maggiore “onere della prova” che allunga i processi (e che è necessario proprio per evitare eccessivi costi dovuti agli errori), e la probabilità che i giudici pur di evitare punizioni eccessive lascino liberi piccoli delinquenti magari senza precedenti. Come tutti i problemi complessi, non si può risolvere con poche formule ideologiche, e come tutti i problemi non riducibili a pochi slogan, non è un problema adeguato per il dibattito politico.

Esistono vari tipi di sistemi penali: i sistemi basati sul risarcimento si limitano a risanare il danno compensando la vittima. In alcuni sistemi medievali anche l’omicidio era ricompensato così, tramite il “Wergeld”. Successivamente i sistemi penali si sono evoluti con i risarcimenti punitivi, che puniscono più di quanto serve per ricompensare la vittima, e infine con i sistemi di punizione pura, dove la vittima non gioca alcun ruolo, non è risarcita del danno, e se non collabora magari viene pure processata. Questi sono i sistemi odierni. Il costo degli errori è maggiore nei sistemi punitivi, come anche l’effetto deterrente.

Il potere non dà solo problemi quando ci sono errori: chi ha potere in un modo o nell’altro può cercare di usarlo male, per i propri interessi, per gli interessi di amici o parenti, per gli interessi del partito o dell’organizzazione politica (sindacato, ordine, camera di commercio…).

Un trucco efficace per limitare il rischio di abuso di potere è limitarlo. Ciò che il potere non può fare non può neanche fare male. La nostra epoca sopravvaluta ciò che la coercizione può realizzare, tant’è che il 50% della produzione viene movimentato tramite prelievi coattivi (tassazione) e il rimanente 50% viene pesantemente regolamentato, con la scusa di risolvere chissà quali problemi sociali che poi però rimangono sempre lì irrisolti, se non aggravati.

Questo massimizza il rischio di abuso di potere, perché concentra nelle mani della politica un potere sterminato, che nessun sovrano, neanche assoluto, ha mai avuto in passato.

Esistono concetti pericolosi da questo punto di vista: uno è quello di “bene comune”, perché nessuno sa cos’è. Mentre una dottrina del potere limitato come quella dei “poteri enumerati”, tipica della Costituzione americana originale, dice cosa il potere può fare, il “bene comune” è un concetto fondamentalmente indeterminato il cui contenuto è fissato dalla volontà di chi è chiamato ad amministrarlo. Se avete una cassaforte, è come lasciarci le chiavi attaccate.

Lo stesso discorso vale per i diritti: i diritti liberali sono pochi e negativi, non richiedono nessun’azione da parte degli altri ed è relativamente facile enumerarli. I diritti welfaristi sono obblighi nei confronti di altre persone (spesso non si sa chi, di norma è il contribuente) e non sono in numero finito: sono limitati solo dalla fantasia di chi ha interesse a proporne di nuovi, magari per avvantaggiarsi del contribuente.

Il pensiero politico contemporaneo è caratterizzato dal “principio del potere unitario”, come lo chiama Barnett: ci deve essere qualcuno che comanda. Nel pensiero contemporaneo la natura assoluta e concentrata del potere non è mai messa in discussione: accomuna Hans Kelsen e Carl Schmitt, ad esempio, e sta verosimilmente alla base del pensiero politico sin dall’elaborazione del concetto di sovranità. Il principio consiste nell’asserire che il “potere” ha un monopolio territoriale dell’uso della coercizione (definizione di Max Weber dello stato), e dedurne tutta una serie di conseguenze sull’onnipotenza di tale potere.

Il problema è che il “potere unitario” è il più prono a problemi di abuso di potere. Per questo motivo esistono appunto tecniche costituzionali, sia quelle classiche come i checks and balances, la divisione dei poteri, il federalismo, etc, sia idee più moderne come la trasparenza, i “freedom of information”, le procedure burocratiche.

Il problema del “potere unitario” ha diversi aspetti. C’è il problema di selezione: chi deve detenere il potere? Il problema della cattura: come evitare che chi ha finalità particolaristiche arrivi al potere? Il problema della corruzione: come evitare che chi ha finalità particolaristiche cerchi di influenzare chi ha potere? Il problema della legittimità: gli uomini tendono a considerare naturale il potere e ad abituarsi ad obbedire.

Questi problemi non possono essere risolti concettualmente all’interno del sistema concettuale: se ci vuole un potere per limitare i problemi del potere (sociale), il potere supremo non può essere controllato. Di fatto, quello che serve è massimizzare il pluralismo del potere, e dunque abbandonare il modello centralista del potere e arrivare ad una visione multi-centrica. Se non è la gerarchia verticale a risolvere i problemi della gerarchia, deve essere un policentrismo orizzontale a ridurre i problemi dell’abuso di potere.

Un meccanismo fondamentale per garantire che la politica non usi il potere per fare giochi a somma negativa che danneggiano molti per avvantaggiare pochi è la strategia di “exit”: se chi perde può lasciare il tavolo da gioco, chi vince non può approfittare della sua debolezza. Se si è liberi di uscire dal gioco, rimangono soltanto i giochi a somma positiva: i giochi di parassitismo diventano impossibili perché le vittime fuggono e lasciano il “banco” vuoto.

La libera emigrazione e il diritto di secessione sono dunque diritti fondamentali per minimizzare il rischio dell’abuso del potere. E la concorrenza istituzionale, ottenuta tramite il federalismo, consente di minimizzare i costi dell’exit.

Il sistema centralista ha il difetto opposto del modello liberale: mentre ci possono essere giochi a somma positiva che sul mercato non vengono giocati per problemi di beni pubblici, in politica abbiamo troppi giochi a somma negativa che vengono giocati perché le vittime non possono scappare, essendo i costi imposti loro tramite la coercizione. Un uso eccessivo dell’exit può di fatto risolvere il problema dei “mali pubblici” ma ricreando problemi di “beni pubblici”: al limite il diritto di secessione potrebbe ad esempio dividere l’Italia in sessanta milioni di sovrani.

Ad oggi il problema politico fondamentale è il parassitismo dei pochi a danno dei molti (la “casta”) e il parassitismo di tutti a danno di tutti (“la tragedia dei beni comuni”): entrambi i problemi possono essere ridotti solo riducendo l’ambito del potere politico. I mali pubblici creati dalla politica sono il principale nemico della nostra libertà e della nostra prosperità

PM

Pubblicato in liberalismo, teoria politica | Lascia un commento

I tre problemi fondamentali dell’analisi istituzionale (2/3)

[Continuo a pubblicare la lezione di Siena di PM su Barnett.

PDG]

Il problema dell’interesse

A differenza del problema della conoscenza, che nell’economia neoclassica standard gioca un ruolo secondario, il problema dell’interesse è al centro dell’analisi economica standard.

Il problema della parzialità è che bisogna permettere alle persone di perseguire i propri interessi (non necessariamente “egoistici”) e fare in modo che tengano conto almeno in parte dell’interesse altrui.

Il pluralismo sociale e la natura privata (pluralistica) della proprietà consentono di compartimentalizzare l’effetto dei giudizi individuali, limitando il loro effetto il più possibile alle proprietà (la “giurisdizione”) dell’individuo in questione. Io posso fare il mio interesse, dunque, ma soltanto a mie spese: non posso fare il mio interesse imponendo costi ad altri.

In politica ciò non è vero: essendo la politica una scelta collettiva, chi giunge ad influenzare la politica acquisisce il potere di spostare costi su terzi. Un caso in cui ciò non vale neanche sul mercato è il caso delle esternalità (di fatto, la politica può essere vista come un’esternalizzazione continua di costi e benefici), perché la proprietà non riesce a compartimentalizzare perfettamente costi e benefici, che diventano esterni, cioè influenzano altre “giurisdizioni”.

Anche la volontarietà dei trasferimenti è fondamentale: chiunque voglia qualcosa deve fare in modo di avvantaggiare anche tutti quelli che possono servirgli proponendo scambi mutuamente vantaggiosi. Non è possibile la stessa cosa quando c’è di mezzo la coercizione: le tasse non si pagano perché servono a qualcosa, almeno non necessariamente. Le tasse sono obbligatorie: che siano anche il corrispettivo per qualcosa è soltanto una possibilità, che non è giudicata dal singolo contribuente, a differenza del singolo consumatore, ma dal corpus degli elettori (compresi i beneficiari delle tasse da lui pagate). Inevitabile che ciò comporti rischi di sfruttamento.

Sul piano politico lo strumento liberale per eccellenza per ridurre il problema della parzialità sono la divisione dei poteri, i meccanismi di “checks and balances”, e il federalismo.

Un meccanismo fondamentale per mitigare la parzialità è trasformare le interazioni “one shot” in interazioni ripetute. Le persone normali hanno a che fare con la giustizia pochissime volte nella loro vita. Il loro interesse quando si trovano in questa situazione è di essere le più parziali possibili. Però devono rivolgersi ad un avvocato, e l’avvocato oltre al cliente attuale avrà verosimilmente molti altri clienti in futuro, e dunque ha interessi a mitigare la parzialità del cliente in vista della sua reputazione futura: mentre il cliente dimentica facilmente che la giustizia ha necessità che vanno oltre il suo caso, l’avvocato passerà tutta la vita nel sistema della giustizia anche dopo che avrà chiuso col suo attuale cliente.

Il “paradosso del prigioniero one shot” è un problema risolvibile soltanto se gli agenti sono “altamente morali” (se li trovate in tribunale verosimilmente l’ipotesi non vale), mentre il “paradosso del prigioniero ripetuto” ammette soluzioni più semplici e robuste perché diventa nell’interesse dei giocatori giocare “bene”, e non serve più quindi essere “altamente morali”. “The evolution of cooperation” di Robert Axelrod è un must a riguardo.

Esiste poi il problema degli incentivi: incentivare le persone ad usare le loro informazioni e ad agire di conseguenza.

Il diritto di proprietà genera automaticamente incentivi, oltre che risolvere il problema della conoscenza. Tranne nel caso delle esternalità, dove costi e benefici diventano esterni.
L’analisi coasiana delle esternalità ha dimostrato che sono un problema contrattuale: se è possibile internalizzare un’esternalità il problema è risolto, e se l’internalizzazione costa esiste un livello ottimo (mai calcolabile se non si è onniscienti come molti economisti credono di essere) di esternalità non corrette.

L’ordine giuridico deve in qualche modo tenere conto delle esternalità. Il modo migliore – ma vale solo per le esternalità negative – è spesso considerarle un torto: se il mio vicino rovina il mio campo, è compito della giustizia fare in modo che venga risarcito, e questo equivale a risolvere il problema del costo esterno. Questa visione è vecchia come il cucco: sebbene “The problem of social cost” di Ronald Coase sia del 1960, già nel 1949 Mises diceva che le proposizioni dell’economia standard valgono per i diritti di proprietà “ideali” e non per quelli “legali” effettivamente esistenti che possono non internalizzare adeguatamente le esternalità. Internalizzarle era compito del sistema giuridico: con Coase si è capito cosa ciò significasse.

Esistono anche le esternalità positive: devono esistere dunque meccanismi legali per permettere di sfruttare i benefici potenziali della cooperazione anche quando ci sono beni pubblici. Ad esempio, una soluzione sono i contratti: è possibile che un beneficio sia esterno per la singola persona, ma non per un gruppo di persone che ha dunque incentivi a legarsi contrattualmente per sfruttare i benefici potenziali. Ovviamente ciò comporta dei costi di transazione, che in alcuni casi possono essere eccessivi.

Data l’importanza delle organizzazioni create dalle persone per trattare le esternalità, le organizzazioni del mercato rese possibili dalla libertà di contratto consentono di internalizzare molte esternalità. Un esempio fatto da Barnett sono gli “assurance contract”: un gruppo di persone si impegna a contribuire alla produzione di un bene pubblico se e soltanto se si arriva ad una quantità sufficiente di risorse per produrre il bene in questione.

L’ultimo problema di interesse è i problema di allineare gli interessi delle persone con ciò che è giusto fare, cioè il problema del rispetto della legge (compliance, in inglese). Dove ci sono forti incentivi a violare la legge l’ordine giuridico sarà sempre precario, perché anche se la maggioranza è onesta chi viola la legge ne trarrà sempre vantaggio.

Gran parte dei conflitti tra giustizia e interesse riguardano il breve termine: nel lungo termine è conveniente a tutti che l’ordine giuridico liberale stia in piedi (“anche i ladri hanno proprietà da difendere”). Le teorie della cooperazione seguono la teoria di Mises quando dimostrano che agenti ad alta preferenza temporale (“il futuro non conta”) tendono a cooperare meno degli altri.

Questo non è vero per tutti gli ordini giuridici: non esiste alcun interesse di lungo termine comune a giustificare la maggior parte delle scelte politiche, ad esempio, dato che la spesa e i privilegi servono ad avvantaggiare di norma piccoli gruppi organizzati. Però ricordate: la concezione liberale della giustizia non ha nulla a che fare con la giustizia come la intendiamo oggi. Il test di giustizia sta anche nella sua universalità: una legge che beneficia un gruppo non è giustizia, o solo potere legislativo abusato. Questi abusi sono oggi la norma.

PM

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

I tre problemi fondamentali dell’analisi istituzionale (1/2)

[Si entra nel vivo della lezione di Siena di PM: i tre problemi di analisi istituzionale su cui Randy Barnett costruisce la sua teoria del diritto (rule of law) e della giustizia (justice).

Questo post è diviso in due parti.

PDG]

Gli economisti di norma considerano il sistema economico come un problema di incentivi: i prezzi spingono gli agenti a comportarsi in un certo modo. Prezzi alti provocano una minore domanda e una maggiore offerta e prezzi bassi provocano il contrario: il prezzo giusto è quando domanda e offerta si uguagliano.

Tradizionalmente la Scuola austriaca di economia ha posto l’attenzione su un altro problema: il problema della conoscenza. Le persone non sanno molto del mondo e non ne capiscono il funzionamento, ma sono in grado di coordinarsi tra loro, cioè di agire in modo tale da sfruttare i benefici della cooperazione, attraverso istituzioni che creano e diffondono informazioni, e trasformano il complicatissimo problema della coordinazione sociale in un insieme di mini-problemi semplici, come la massimizzazione dei profitti.

Esiste poi un problema ulteriore da considerare nell’analisi dei sistemi istituzionali: il problema del potere. Il concetto di potere gioca un ruolo fondamentale in molte riflessioni sulla politica, però nel pensiero contemporaneo è quasi trascurato: visioni edulcorate della politica, almeno quella democratica, la fanno da maggiore. Quindi l’elitismo di Pareto, Mosca o Mitchell, la teoria della sovranità di Schmitt, e tutte le discussioni sul frazionamento del potere tipiche del costituzionalismo liberale sono oggi un po’ in sordina. La grande illusione è che le libere elezioni e le limitazioni legali formali dello stato di diritto risolvano il problema del potere.

Barnett mette assieme i tre problemi fondamentali dell’analisi istituzionale (conoscenza, interesse, potere) cercando di creare una cornice concettuale coerente che spieghi il liberalismo e consenta di gettar luce sui sistemi giuridici.

Quanto segue non è che un sunto molto superficiale delle tesi di Barnett, che da professore di diritto e giurista ha ovviamente una comprensione dei dettagli della common law americana che in larga parte mi sfugge.

L’essenza dell’analisi è: Barnett assume che ogni sistema giuridico funzionante debba risolvere determinati problemi, e analizzando queste precondizioni deriva una serie di conseguenze sul contenuto sostanziale (giustizia) e procedurale (rule of law) che ogni sistema giuridico che deve affrontare i tre problemi di cui sopra deve rispettare.

Si tratta di un’analisi infinitamente più ricca del giuspositivismo che va ancora oggi per la maggiore.

Il problema della conoscenza

Siccome gli esseri umani non sono onniscienti e siccome non hanno razionalità illimitata, le istituzioni devono affrontare il problema della conoscenza: produrre e diffondere l’informazione.

Il primo problema della conoscenza, secondo Barnett, è che ognuno deve essere in grado di sfruttare le proprie conoscenze specifiche per agire, e deve essere in grado di sfruttare le conoscenze altrui senza conoscerle.

Per risolvere questo problema il potere decisionale di usare le risorse è decentrato e devoluto a individui o gruppi di individui. Ogni potere decisionale (“giurisdizione”) ha un limite dato dalle giurisdizioni altrui. Il controllo si trasferisce per consenso, senza il quale non è possibile lo scambio e dunque il mercato, ma (dal punto di vista giuridico) non esisterebbero neanche diritti. Il trasferimento per consenso consiste in due parti: la libertà di contratto (chi vuole scambia) e la libertà dal contratto (chi non vuole non scambia).

Il secondo problema della conoscenza è comunicare la giustizia, cioè far capire alle persone cosa è lecito e cosa è illecito.

La pubblicità del diritto è uno strumento per risolvere il secondo problema della conoscenza, ma anche la stabilità del diritto è fondamentale: Bruno Leoni diceva che la legislazione garantisce la certezza di breve termine a danno di quella di lungo termine del diritto, cambiando troppo spesso le leggi. Un altro aspetto fondamentale è che le leggi non siano retroattive e soprattutto che ci siano regole: è solo attraverso le regole che è possibile prevedere le azioni, se i pronunciamenti giuridici fossero arbitrari non sarebbero prevedibili e dunque non comunicherebbero nulla.

Il terzo problema della conoscenza è specificare le convenzioni, cioè i precetti che guidano il comportamento.

La common law agisce giudicando casi specifici in cui persone specifiche hanno un diverbio su un tema specifico. Dove c’è accordo non c’è procedura giuridica di aggiudicazione*, né necessità di arbitrato o mediazione (che sono alternative all’aggiudicazione). Dal processo di aggiudicazione vengono fuori principi generali (discussi dalle corti d’appello o dal corpo dei giuristi, avvocati, accademici, giudici, o fissati come precedenti).

Si noti come i tre problemi della conoscenza di Barnett contengano il problema di conoscenza analizzato da Mises e Hayek: l’utilizzo dell’informazione propria e dell’informazione altrui per realizzare i propri fini. Ogni società complessa deve avere meccanismi di gestione della complessità, e di coordinazione decentrata. L’influenza di Hayek su Barnett è palese.

* L’adjudication sarebbe il processo attraverso cui la corte arriva ad un giudizio.

Pubblicato in filosofia politica, liberalismo, teoria politica | 5 commenti

Il giusnaturalismo: verso una versione difendibile?

[Che non mi piaccia il giusnaturalismo l’ho scritto diverse volte in passato. E quindi non posso concordare con quanto segue, che è la seconda parte della lezione tenuta a Siena dal mio amico PM.

Con questo articolo termina la parte introduttiva, e dopo si parla esplicitamente di Barnett e Pennington.

PDG]

Barnett parla di giusnaturalismo, e questo tema è molto diffuso nella letteratura libertarian.

Il giusnaturalismo di Barnett è però molto diverso da quello di Rothbard, ed è molto più difendibile sul piano filosofico, oltre che più adeguato per capire il sistema giuridico del mondo reale.

Giusnaturalismo categorico e giusnaturalismo ipotetico

Una teoria della giustizia cerca di risolvere un problema fondamentale, ma la soluzione richiede di partire da valori di giustizia perché non esistono giudizi di valore fondati in sé: un circolo logico.

Quindi non ha senso chiedersi cosa è giusto in senso assoluto: passiamo dunque alle proposizioni ipotetiche della forma “se vuoi A, allora devi fare B”.

Questa proposizione è composta di due pezzi: le finalità della giustizia, che sono i giudizi di valore presupposti dall’analisi (la premessa A), e i vincoli oggettivi che la logica, le scienze sociali o la realtà empirica impongono alle teorie dalla giustizia (la struttura “se… allora”).

Le tre proposizioni seguenti sono logicamente, scientificamente o fattualmente impossibili: “Tutti gli uomini devono essere liberi di scegliere e devono arrivare agli stessi risultati”, “L’economia deve essere efficiente per produrre la maggiore quantità di ricchezza possibile, e deve essere pianificata dall’alto per poter essere controllata democraticamente”, “Tutti gli esseri umani devono vivere in Sardegna e avere un kilometro quadro di spazio a testa”.

È possibile un giusnaturalismo ipotetico: date le finalità assunte della giustizia (che non sono in un senso razionalmente fondato “naturali”), è possibile analizzare logicamente tali finalità, confrontarle con la realtà, e verificarle in base alle nostre conoscenze scientifiche.

Un giusnaturalismo puramente ipotetico, che non commette la fallacia giusnaturalistica, può, aiutato dalle conoscenze scientifiche e fattuali di cui disponiamo, eliminare determinate teorie della giustizia in quanto praticamente impossibili.

Logicamente parlando, la proposizione “Se voglio A devo fare B” è un giudizio di fatto, anche se la premessa, volere A, è un giudizio di valore. Il giusnaturalismo ipotetico è potenzialmente una teoria scientifica, salvo per il contenuto delle premesse. Le premesse indicano lo scopo che si vuole perseguire (“a cosa serve la giustizia?”), le proposizioni ipotetiche rappresentano lo “studio di fattibilità” che possiamo fare delle finalità della giustizia che abbiamo scelto.

Giusnaturalismo chiuso o aperto

Un’altra questione fondamentale trattata da Barnett è se il giusnaturalismo è da intendersi chiuso o aperto.
I sistemi chiusi sono tipici del razionalismo classico: “tutto dalle premesse, niente al di fuori delle premesse, niente contro le premesse” (parafrasando la definizione mussoliniana di totalitarismo). In un sistema logico chiuso ogni cosa viene derivata dai principi primi e non c’è spazio per alcun grado di libertà.

Un giusnaturalismo chiuso deriva ogni dettaglio del funzionamento di un sistema giuridico dalle premesse logiche su cui fonda il giusnaturalismo: l’esempio più noto, anzi per quanto ne so l’unico esempio noto, di giusnaturalismo chiuso è Rothbard.

Il giusnaturalismo di Barnett è aperto. Date le finalità della giustizia è possibile dimostrare ad esempio che la retroattività delle leggi è dannosa. Da qui a determinare quanta retroattività dobbiamo avere, se dobbiamo averne, in che condizioni, quando, e come, ce ne vuole: un giusnaturalismo aperto indica la strada, ma non ogni singolo passo da seguire, vincola il diritto (non tutti i sistemi giuridici sono equivalenti dal punto di vista delle finalità della giustizia che si assumono), ma non lo determina (lasciando agli operatori giuridici il solo ruolo del passacarte).

Morale e giustizia

Che differenza c’è tra morale e giustizia, tra etica e diritto? Tutto ciò che abbiamo detto finora non distingue tra le due cose, perché morale e giustizia sono entrambi giudizi di valore.

Secondo Barnett, la giustizia è l’insieme dei diritti che si ha il diritto di far rispettare tramite l’uso della forza (“enforceable”), o la minaccia del suo uso. Questa distinzione non è oggettiva: c’è chi ritiene che la fedeltà sia un diritto, e dunque l’adulterio sia punibile, e chi lo ritiene al più un problema morale, slegato da considerazioni giuridiche.

La distinzione tra morale e giustizia è dunque variabile nel tempo a seconda della sensibilità delle persone che vivono in una società. Dato che la giustizia è coercizione, una riduzione dell’ambito della giustizia è a priori preferibile, se si considera la coercizione un male.

A cosa serve la giustizia?

[A questa domanda risponderemo in dettaglio in una serie successiva legata alla recente lezione di PM a Catanzaro NdLF]

Se logicamente un giusnaturalismo ipotetico deve presupporre una finalità da conseguire, c’è da chiedersi quale sia la finalità della giustizia secondo Barnett (o il liberalismo in generale).

La risposta è semplice: la giustizia non serve a perseguire alcun fine particolare, ma a mettere le persone in condizioni di poter perseguire i propri fini senza pestarsi troppo i piedi a vicenda: la giustizia liberale definisce i mezzi che si possono impiegare per perseguire i propri fini, e non definisce invece una finalità collettiva.

In altri termini, la coercizione liberale è legittima soltanto per difendere i mezzi di cui ognuno dispone per perseguire i propri fini.

PM

Pubblicato in filosofia politica, giustizia, liberalismo | Lascia un commento